Sulla materialità della fotografia. Scultura e fotografia in mostra a Bologna

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Attila Csörgő, Semi-Space, 2001. Foto in bianco e nero stampata all’interno di una cupola in plexiglas (diametro 34 cm) presentata su tavolo luminoso

BOLOGNA. “La camera. Sulla materialità della fotografia” è il terzo episodio di un progetto espositivo più ampio, a cura di Simone Menegoi, che indaga il rapporto fra scultura e fotografia, il cui titolo complessivo è “The Camera’s Blind Spot“. I primi due episodi del progetto (The Camera’s Blind Spot I e II) hanno avuto luogo rispettivamente al MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro (2013) e ad Extra City Kunsthal di Anversa (2015) e ora, dal 29 gennaio al 28 febbraio 2016, il terzo episodio del progetto avrà luogo a Bologna, a Palazzo de’ Toschi.

La mostra, realizzata in collaborazione con Banca di Bologna, presenterà opere di un gruppo di artisti internazionali, fra cui Dove Allouche, Paul Caffell, Attila Csörgő, Linda Fregni Nagler, Paolo Gioli, Raphael Hefti, Marie Lund, Ives Maes, Justin Matherly, Lisa Oppenheim, Johan Österholm, Anna Lena Radlmeier, Evariste Richer, Fabio Sandri, Simon Starling, Luca Trevisani, Carlos Vela-Prado ed è uno degli appuntamenti espositivi della 4° edizione di Art City Bologna, iniziativa promossa dal Comune di Bologna e da Bologna Fiere per affiancare all’annuale edizione di Arte Fiera un programma di mostre ed eventi culturali di alto profilo, istituendo così un collegamento tra il grande evento fieristico e il tessuto culturale della città.

 

 

Ives Maes, 50° 58’56”N x 5°22’17” E, 2014. Stampa 3D in titanio, d. cm 10, pezzo unico. Opera realizzata e sponsorizzata da Melotte Digital Manufactoring, Zonhoven, Belgio
Ives Maes, 50° 58’56”N x 5°22’17” E, 2014. Stampa 3D in titanio, d. cm 10, pezzo unico. Opera realizzata e sponsorizzata da Melotte Digital Manufactoring, Zonhoven, Belgio

 

 

Le mostre sul rapporto scultura-fotografia si fermano spesso a una concezione “classica” di esso, secondo la quale la fotografia documenta e rivisita opere tridimensionali già esistenti. Una formula che è nata con la fotografia stessa, e ha conosciuto una straordinaria svolta creativa quando scul-tori come Medardo Rosso e Costantin Brancusi, fra la fine del XIX e il principio del XX secolo, im-bracciarono la macchina fotografica e incominciarono a fotografare le loro stesse opere in condi-zioni mutevoli di luce e di spazio. Il ciclo The Camera’s Blind Spot ambisce non solo a documenta-re i più recenti sviluppi di questa tendenza, ma anche a dar conto di altre possibilità, non meno im-portanti; in primo luogo, quella che vede la materialità dell’immagine fotografica spingersi a tal pun-to da trasformare quest’ultima in oggetto. Una sfida a ciò che costituisce sin dal principio il “blind spot” della tecnica fotografica, il suo limite: l’impossibilità di rendere un oggetto tridimensionale su una superficie piana.

Il terzo episodio della serie sposta il baricentro della ricerca verso il medium fotografico. All’interno di un contenitore espositivo costruito dentro la sala maggiore di Palazzo De’ Toschi (la “camera” del titolo; ma naturalmente c’è un gioco di parole con il senso della parola in inglese, ovvero “macchina fotografica”) saranno presentate opere realizzate con le tecniche fotosensibili più insolite e rare fra quelle attualmente in uso oggi presso artisti visivi e fotografi: dai dagherrotipi di Evariste Richer ai negativi in vetro impressionati dalla luce della luna di Johan Österholm, dalle scansioni fotografiche sferiche di Attila Csörgő ai “monotipi a getto d’inchiostro” di Justin Matherly. Una rassegna di eccentricità, arcaismi, hapax legomena fotografici il cui scopo è quello di spiazzare le aspettative comuni dello spettatore rispetto alla fotografia, e di fargli sperimentare di nuovo, almeno per un istante, la meraviglia del suo avo ottocentesco di fronte a un’invenzione che ha rivoluzionato la cultura visiva e il rapporto stesso con la realtà. Non è una sfida al digitale (le tecniche digitali, del resto, dalla scansione alla stampa 3D, sono alla base di alcune delle opere in mostra) quanto alla sua egemonia assoluta; all’idea che, dopo l’avvento della ripresa digitale, ogni altra tecnica fotografica sia diventata obsoleta, e non possa che essere abbandonata.

Infine, la scultura. L’altro grande termine del progetto The Camera’s Blind Spot non è assente dal terzo episodio della serie. Riemerge nei soggetti: le sculture romane fotografate da Paolo Gioli con un procedimento di sua invenzione, che comprende una pellicola fosforescente, oppure le sta-lattiti e stalagmiti, vere e proprie sculture naturali, fissate su vetro da Dove Allouche con la tecnica ottocentesca dell’ambrotipia. Più spesso, la scultura si ripropone nella presenza fisica di opere ba-sate su tecniche fotografiche, e che tuttavia si stenta a chiamare “fotografie”: ad esempio, la Struc-ture for Moon Plates and Moon Shards (2015) di Johan Österholm, una costruzione realizzata con i vetri di una vecchia serra per fiori, spalmati di emulsione fotosensibile e poi esposti alla luce della luna. In tempi di smaterializzazione dell’immagine fotografica, i singolari “oggetti fotografici” in mostra si propongono come sculture vere e proprie.

 

La camera. Sulla materialità della fotografia

Dove: Palazzo De’ Toschi, piazza Minghetti 4/D, Bologna.

Quando: dal 29 gennaio al 28 febbraio 2016

Orari: da martedì a domenica 10.00-13.00 / 16.00-19.00.
Chiuso il lunedì

Ingresso: libero

Infowww.bancadibolognaeventi.it

 

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