Una vita di corsa‘. E’ questo il titolo che da’ vita alla mostra romana di Enrico Corleone esposta ad Interzone fino all’11 novembre. Una mostra intima, fatta di scatti rubati, ritratti che raccontano una vita degli anni Cinquanta di un artista di certo non conosciuto da molti. E per capire meglio chi era Enrico Corleone e sapere qualche curiosità in più sull’esposizione abbiamo intervistato Michele Corleone, fotografo ritrattista, che ha fondato e dirige la galleria fotografica Interzone di Roma. Sì, il cognome è lo stesso. Enrico era infatti lo zio di Michele.
MICHELE CORLEONE : Enrico era mio zio, il fratello di mio padre Giorgio e di suo fratello Franco. Non mi è stato possibile conoscerlo in quanto è morto giovane, a soli 18 anni, nel 1958. Tutto ciò che so di lui è stato scoperto nel tempo, osservando il suo lavoro, decifrando i suoi appunti, ascoltando i racconti di chi lo ha conosciuto. Pochi anni fa mio zio Franco mi ha dato una scatola con dentro tutto ciò che era appartenuto a Enrico, una scatola per me oggi preziosa, conservata fino a quel giorno per tanti anni in un armadio di famiglia. Dentro ho trovato il suo mondo, di Enrico, la sua vita e la sua passione per la fotografia. Immagino Enrico, grazie a tutto quello che ho potuto scoprire, come una persona tormentata e nello stesso tempo piena di vita, lanciato verso la scoperta, senza freni, con una grande ironia. Il suo lavoro e i suoi appunti di vita lo raccontano.

 

 

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Nei suoi scatti una Milano anni Cinquanta. Cosa rende affascinante questo lavoro?                                         MC: Il suo sguardo su quella Milano della metà e fine degli anni ’50 è puro, e ci racconta di una città in trasformazione, che oggi non esiste più. Mi vengono in mente le pellicole in bianco e nero del cinema neorealista italiano, penso a Visconti e De Sica, penso alla periferia milanese, all’archeologia industriale, alla città ancora vuota fatta di poco traffico, alla Bovisa e la Martesana. Penso anche a Testori al suo romanzo Nebbia al Giambellino, e a Pasolini con la bellissima sceneggiatura per un film mai realizzato, La Nebbiosa, in cui indaga la Milano degli anni ’50. Le immagini di Enrico sono fotografie che rimangono sospese nel tempo, e dilatano la memoria nella ricerca di un passato che non tornerà mai più. Enrico sapeva osservare, e mettere in pellicola ciò che lo circondava. Lo faceva con semplicità, con il senso della narrazione, spesso componeva i suoi racconti fotografici in dittici e trittici di brevi sequenze, componendo un racconto fatto di sfumature.

 

C’è anche un dato storico: una città che si ‘risveglia’ dalla Seconda Guerra Mondiale.
MC: Nella Milano del Dopoguerra c’era il desiderio del riscatto sociale, ci si risvegliava dal conflitto mondiale, dai bombardamenti che avevano ferito irrimediabilmente la città e le vite, si annusava nell’aria la voglia di ricominciare e si percepiva, finalmente, la possibilità di un futuro. I giovani erano adulti, forse anche troppo presto, si responsabilizzavano ancora adolescenti. Nelle fotografie di Enrico si percepisce questa crescita rapida: nei volti ritratti, nelle pose, si evidenzia quel labile confine che separa il mondo adulto da quello adolescente. Nei suoi autoritratti, sembra di leggere la storia di un ragazzo che diventa uomo nel breve tempo di un attimo.

 

 

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Il suo lavoro sa anche molto di street photography seppur con tinte vintage e personali.
MC: La fotografia di strada coglie inevitabilmente il senso del proprio sguardo, guardare con propri occhi la realtà per raccontarla come ci attraversa e ci cambia. Il suo fotografare la vita era la necessità di rendere tutti partecipi al momento vissuto. Il personale, la famiglia, gli amici, le persone estranee, tutto ruotava attorno al perno della sua Rolleiflex.

 

In qualche modo entriamo anche nella vita privata e sentimentale dell’artista.                                                MC: Tutti gli scatti che ho trovato si compongono di un sentimento personale e intimo, è inevitabile quando si racconta una storia privata, anche se si nutre di coralità. I racconti che ho ascoltato su di lui, le vicende legate ai singoli scatti, riempiono ancora di più di vita tutte le immagini raccolte. Personalmente sono legato ad una fotografia scattata da Enrico a mio padre mentre dorme, lo ritrae nello stesso modo e con la stessa carica di una mia fotografia fatta a mio padre il giorno che è morto. E tutto questo senza sapere dell’esistenza di Enrico.

 

 

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Cos’è che più di tutto rende particolare questa mostra?
MC: Tutto il materiale era conservato da mio zio Franco, e da mio nonno prima, in un armadio. E’ stato tramandato e così è arrivato a me. La particolarità di questa storia sta soprattutto nel fatto che anche io sono un fotografo e che non sapevo fino a pochi anni fa dell’esistenza in famiglia di un altro zio, e del fatto che fosse stato un fotografo anche lui. Il mio modo di scattare, la narrativa delle mie fotografie, la tecnica da me usata, è praticamente identica a quella di Enrico. E tutto questo senza saperlo.

 

Il tutto ha un sapore famigliare. Anche la scelta dell’uso delle cornici per l’allestimento. 
MC: Tutte le foto sono state montate su carta da pacchi come sfondo, volevo rimandare al senso del tempo e il ricordo del viaggio. Inoltre abbiamo studiato una disposizione non lineare, ma che accentuasse il pathos e il climax dei vari momenti narrativi. Sì, in effetti hanno un sapore molto famigliare. L’allestimento, grazie alla particolare sensibilità di Matteo Alessandri del collettivo Luce, che ha anche stampato le fotografie “inedite”, ha dato una forza narrativa sorprendente.

 

 

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Oltre alle foto anche negativi ancora da sviluppare, collage, qualche cosa particolare?
MC: La mostra, e il libro che l’accompagna, è soprattutto composta di scatti vintage realizzati da Enrico. Sono foto ingiallite dal tempo, che conservano la loro ruvidità. Le foto “inedite”, sono state stampate per la maggior parte a contatto, cioè mantengono il formato originale della pellicola 6×6. E’ stato scelto di stampare alcune immagini in grande formato, ma solo per la straordinaria bellezza del momento. Inoltre molte stampe vintage, portano sul retro scritte, frasi, numeri del lotto, combinazioni del poker, appunti di vita. Tutto in una grande narrazione. Enrico conservava nel suo portafoglio ritagli di giornale, fotografie da lui stampate e ritagliate, collage fotografici, lettere, tutto ciò è visibile in mostra. Abbiamo anche scelto di accompagnare alle foto delle piccole lenti d’ingrandimento così da poter immergersi nell’intimità dello scatto osservando a piacere alcuni piccoli particolari.

 

Un’ultima cosa: la scelta titolo. “Una vita di corsa”: perché?
MC: Il titolo nasce da una semplice riflessione tra me e mio zio Franco. Enrico ha vissuto la sua vita di corsa: in tre brevissimi anni, dai 15 ai 18, ha vissuto in libertà tutto quello che Milano poteva dargli immediatamente dopo la guerra. Lo ha fatto con ironia, con sentimento, ha maturato la coscienza di un sé adulto e nello stesso tempo la leggerezza dell’essere giovane in un istante breve, ha vissuto le sue esperienze bruciando il tempo.

 

 

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