Ecco i vincitori del World Report Award | Documentino Humanity

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© Giorgio Bianchi

LODI. Ecco i vincitori della VII edizione del World.Report Award | Documentino Humanity promosso dal Festival della Fotografia Etica di Lodi

Anche quest’anno il premio ha riscosso grande partecipazione e la giuria internazionale, appositamente costituita per l’occasione, ha dovuto visionare e valutare 772 lavori, realizzati da altrettanti fotografi provenienti da 51 nazioni di 5 continenti.

I membri della giuria coinvolti per le categorie Master Award, Spot Light Award, Short Story Award, European Photographer Award 2017 e Single Shot Award sono stati Stéphane Arnaud (AFP), MIchael Weir (Belfast Photo Festival), Oxana Oleinik (Sputnik), Aldo Mendichi e Alberto Prina (coordinatori del Festival della Fotografia Etica).
La giuria, riunita il giorno 10 giugno 2017, ha assegnato all’unanimità i seguenti premi a:

Daniel Berehulak con il reportage “They Are Slaughtering Us Like Animals”
per la sezione Master Award

Giorgio Bianchi con il reportage “Donbass stories – Spartaco and Liza” 

per la sezione Spot Light Award

Emanuele Satolli con il reportage ”The Battle for Mosul”
per la sezione Short Story Award

Romain Laurendau con il reportage “Derby”
per la sezione European Photographers Award 2017

Infine, per la nuovissima categoria Single Shot Award 2017, i 3 vincitori sono:
Alberto Campi
Peter Bauza
Alessandro Rota

 

I VINCITORI 

 

© Daniel Berehulak
© Daniel Berehulak

 

Daniel Berehulak – They Are Slaughtering Us Like Animals (Ci stanno massacrando come bestie)

Questo reportage riguarda la brutale campagna contro la droga del presidente Rodrigo Duterte nelle Filippine.

Si viene a sapere di un omicidio ancor prima di vederlo: le grida disperate di una nuova vedova, le sirene dal suono acuto delle auto della polizia, il ticchettio della pioggia sull’asfalto di un vicolo di Manila e sulla schiena di Romeo Torres Fontanilla. Tigas, come era conosciuto il signor Fontanilla, giaceva prono sulla strada quando ho accostato dopo l’una di notte. Aveva 37 anni. Dei testimoni dicono che l’uomo è stato ucciso a colpi di pistola da due uomini in moto di cui non si conoscono le generalità. La pioggia aveva lavato via il suo sangue nel rigagnolo.

Il vicolo bagnato di pioggia nel quartiere di Pasay di Manila era la mia diciassettesima scena del crimine al mio undicesimo giorno nella capitale delle Filippine. Sono venuto a documentare la campagna sanguinosa e caotica contro la droga che il presidente Rodrigo Duterte ha cominciato dopo essersi insediato il 30 giugno 2016. Da allora, oltre 3000 persone sono state uccise per mano della polizia.

Durante i miei 35 giorni nel paese ho fotografato 57 vittime di omicidi in 41 diversi luoghi. Ho assistito a scene sanguinose quasi ovunque: per strada, sui binari ferroviari, fuori da una scuola per ragazze, in negozi 7 Eleven e nei McDonald’s, sui materassi nelle camere da letto e sui divani nei salotti.

Un giorno ho trovato un uomo morto davanti a un chiosco “sari sari“, ucciso con un colpo di pistola da due uomini in moto, una tattica comune chiamata “cavalcare in tandem”. In un altro quartiere, una bambola Barbie insanguinata giaceva accanto al corpo di una ragazza di 17 anni che era stata uccisa di fianco al suo ragazzo di 21 anni. «Ci stanno ammazzando come bestie», ha affermato un passante, troppo spaventato per dare il suo nome.

Ho anche fotografato veglie e funerali, una parte sempre più importante della vita quotidiana sotto la presidenza di Duterte. Parenti e preti raramente menzionano le cause brutali della morte. I corpi sono conservati nelle agenzie funebri, mentre i parenti faticano per mettere insieme i soldi necessari per il funerale. Nell’obitorio i morti sono impilati come legna da ardere, senza nulla che separi i cadaveri. Chi si occupa delle cerimonie funebri cerca di lucrare sulle salme di coloro che hanno una famiglia che può sostenere i costi, mentre gli altri finiscono in una fossa comune con altre vittime della guerra alla droga del presidente.

Ho lavorato in sessanta paesi, raccontato le guerre in Iraq e in Afghanistan e ho passato gran parte del 2014 a vivere nell’area colpita dall’ebola in Africa Occidentale in balia tra la paura e la morte, ma quello che ho vissuto nelle Filippine è stato un nuovo livello di crudeltà: agenti della polizia sparano in maniera sommaria a tutti coloro che sono sospettati di trafficare o utilizzare droga, vigilantes che rispondono alla chiamata del presidente Duterte a “macellarli tutti“.

 

© Giorgio Bianchi
© Giorgio Bianchi

 

Giorgio Bianchi – Donbass Stories – Spartaco and Liza (Storie della regione del Donbass – Spartaco e Liza)

Dopo aver compiuto cinque viaggi in Ucraina nel corso di 4 anni, ho pensato che avevo già documentato tutto ciò che è avvenuto di importante in quel paese, dalle contestazioni del movimento Euromaidan alla guerra nel Donbass – la regione mineraria situata nella parte più ad est del paese.

Dal luglio 2016 poco è cambiato in Ucraina in termini di assetti strategici ed il loro impatto sulla vita della popolazione civile.

Con questo pensiero in testa, ho iniziato a chiedermi come avrei potuto continuare a lavorare su questo progetto a lungo termine, occupandomi della storia di questo territorio cercando di non ripetermi e non parlare di quanto avevo già racconta tanto negli anni precedenti.

Così è nato il progetto che ho intitolato “Storie del Donbass”. L’idea è quella di rappresentare quelle persone invisibili colpite da eventi tragici. Il principale obiettivo del mio lavoro è raccontare le sfide quotidiane che queste persone stanno affrontando.

Subito dopo lo scoppio del conflitto nel Donbass, Spartaco, uno dei protagonisti di questa serie di storie, ha lasciato il suo lavoro e la casa dove viveva con sua madre nel nord d’Italia per arruolarsi come volontario nei ranghi delle milizie pro-russe. Single e senza figli, con uno stipendio di soli 900 euro al mese e un lavoro precario, Spartaco è una delle tante vittime della crisi economica italiana. Convinto di non aver nulla da perdere, ideologicamente molto motivato e confidando sulla sua precedente formazione militare (paracadutista nella Brigata Folgore), Spartaco ha deciso di aderire alla causa separatista, abbandonando definitivamente la sua vita nella provincia bresciana.

Giunto a Donetsk nell’autunno del 2014, la sua esperienza militare gli ha permesso di essere immediatamente arruolato nel battaglione di Vostok e di essere mandato rapidamente al fronte, al termine di una preparazione frettolosa e senza conoscere una sola parola di russo.

Spartaco ha conosciuto Liza attraverso Facebook. Liza è una donna di Donetsk che ha imparato a parlare in italiano grazie ai social network. Abbandonata dal marito, che è fuggito in Russia dopo l’inizio del conflitto, Liza vive insieme ai suoi figli nella casa dei suoi genitori. Durante i due giorni di riposo, Liza terminato il turno in teatro dove lavora, raggiunge Spartaco per trascorrere qualche ora in intimità con lui.

 

© Emanuele Satolli
© Emanuele Satolli

 

Emanuele Satolli – The Battle For Mosul (La Battaglia di Mosul)

La battaglia di Mosul sta giungendo alla sua fase finale. Dopo quasi 6 mesi di combattimenti, un’offensiva militare condotta dagli iracheni ed appoggiata dagli americani, ha cacciato l’ISIS da più di metà della città e circondato i miliziani in un’enclave sulla sponda occidentale del Tigri. Di conseguenza, lo Stato Islamico è sul punto di perdere la città più grande e più importante, che poteva una volta reclamare come parte del suo regno in Iraq e in Siria.

Dal 16 ottobre 2016, quando il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi ha dato il via alle operazioni militari per riconquistare la città di Mosul sotto il controllo dell’Isis dal giugno 2014, migliaia di civili sono stati costretti a fuggire dalle loro case per trovare riparo nei campi profughi. Molti altri sono rimasti intrappolati in città dove i combattenti dell’Isis attaccavano in maniera indiscriminata le aree in cui vivevano i civili con colpi di mortaio ed esplosivi, sparando deliberatamente sui residenti in fuga.

Gli scontri stanno causando un crescente numero di vittime fra i civili ed i residenti riferiscono di scene terrificanti: militanti dell’Isis che usano le persone come scudi umani e li imprigionano nelle loro case, incursioni aeree da parte della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti che hanno raso al suolo intere abitazioni.

Luogo in cui è stato realizzato il progetto: città di Mosul ed aree limitrofe, Nord Iraq. Reportage realizzato nel periodo ottobre 2016/aprile 2017.

 

© Romain Laurendau
© Romain Laurendau

 

Romain Laurendau – Derby (Derby)

“Siamo cresciuti con il calcio, con lo stadio. Va al di là di qualsiasi cosa, anche della religione. Allo stadio si è liberi”.

In Algeria il calcio è ovunque. E’ l’argomento preferito di una gioventù che si annoia e che non si riconosce nello stato e tanto meno nelle istituzioni. Barcamenandosi tra piccoli lavoretti, si arrangia come può; le tradizioni si radicalizzano. Questa gioventù è in preda a tutte le frustrazioni di un paese dove il diritto di manifestare è praticamente vietato.

Tuttavia, uno spazio sfugge a questa sorte. Lo stadio diventa, una volta alla settimana, passione ed un modo per sfogarsi. Ma tutto ciò supera di gran lunga le normali pratiche delle tifoserie. Insieme, questi ragazzi sentono di esistere. Cantano di disoccupazione, povertà, dell’Europa dove sognano di andare. Sfidano lo stato o i generali che ritengono responsabili della rovina del paese. Rivendicano l’appartenenza al loro quartiere, vera identità impressa dei valori che un tempo hanno liberato l’Algeria, ma che sono, secondo il loro punto di vista, traditi dal potere. Allo stadio assaporano la libertà.

Se negli anni il potere ha strumentalizzato il calcio per allontanare la popolazione dalla politica, oggi come oggi ha perso il controllo della situazione. Come ai tempi della colonizzazione, lo stadio è nuovamente uno spazio di consolidamento nazionale e di resistenza. Il circo romano, per come lo si concepiva, è morto per lasciare spazio a un’agora greca. Il tempo di una partita…

Reportage realizzato in Algeria tra l’ottobre 2014 e il maggio 2016

 

Single Shot

 

Bambini rifugiati afghani giocano nell’abside della chiesa occupata di Saint J. B. au Béguinage a Bruxelles, nella quale vivono da qualche settimana. © Alberto Campi
Bambini rifugiati afghani giocano nell’abside della chiesa occupata di Saint J. B. au Béguinage a Bruxelles, nella quale vivono da qualche settimana.
© Alberto Campi
Edilane ed alcuni dei suoi bambini stanno riposando su un materasso. La donna aspetta un figlio maschio. Questo lavoro è parte di un progetto a lungo termine, intitolato Copacabana Palace, sui “Sem Tetos” (senza tetto), mentre il Brasile ha speso miliardi di dollari nei Giochi Panamericani, nella Coppa del Mondo e nelle Olimpiadi. © Peter Bauza
Edilane ed alcuni dei suoi bambini stanno riposando su un materasso. La donna aspetta un figlio maschio. Questo lavoro è parte di un progetto a lungo termine, intitolato Copacabana Palace, sui “Sem Tetos” (senza tetto), mentre il Brasile ha speso miliardi di dollari nei Giochi Panamericani, nella Coppa del Mondo e nelle Olimpiadi. © Peter Bauza
gement curano un bambino ferito durante un attacco aereo delle forze di coalizione nella lotta contro i combattenti dell’Isis. Entrambi i suoi genitori sono morti nell’esplosione e altri due fratelli sono rimasti feriti. ©Alessandro Rota
Iraq, Mosul. Pete Reed (27 anni, americano) e Alex Kay Potter (28 anni, americana) dell’ ONG internazionale Global Response Management curano un bambino ferito durante un attacco aereo delle forze di coalizione nella lotta contro i combattenti dell’Isis. Entrambi i suoi genitori sono morti nell’esplosione e altri due fratelli sono rimasti feriti. ©Alessandro Rota

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