Quando si parla della recente crisi dell’immigrazione in Europa, la mancanza di approcci diversificati tende a restituirci un’informazione piuttosto sterile e standardizzata, dove ciò che è considerato ‘interessante’ è rappresentato da ciò che tendenzialmente ‘vende’: il più delle volte, sofferenza e povertà. A mio parere, i migranti, come nuova classe sociale europea (soprattutto quando si parla di migranti extra-europei) meritano un’analisi più differenziata rispetto a quella che è stata condotta fino ad ora, per questo ho voluto affrontare questa tematica tramite un approccio pluridisciplinare, con la speranza di fornire delle chiavi di lettura innovative”.

 

E’ così che nasce il progetto Invisible Cities, di Marco Tiberio, in cui vedremo il fotografo focalizzarsi sull’elemento ‘casa’, cercando di mostrare cosa questo significhi per “persone che hanno dovuto abbandonare la propria abitazione, percorrendo migliaia di chilometri, in cerca di un futuro migliore. In questa situazione più che mai, una casa diventa il rifugio per eccellenza. Inoltre questo progetto può anche essere inteso come un testamento o archivio storico del campo rifugiati di Calais”.

 

 

 

 

Attraverso la rappresentazione delle abitazioni della “New Jungle” (il campo rifugiati di Calais, nel nord della Francia) in relazione con i loro proprietari, nonché costruttori, Marco Tiberio vuole infatti sottolineare l’importanza del background culturale dei migranti e la forza dei legami con la loro madre patria, dove, in situazioni di disperazione e di alienazione, questi collegamenti si rivelano ancora più forti.

“Nella ‘Jungle’, la tua casa e la tua comunità sono l’unico luogo dove ti senti protetto. Con questo progetto voglio dunque analizzare l’immigrazione da una prospettiva diversa, perché dietro una semplice casa fatta di legno e plastica, c’è molto più di quanto ci aspettiamo”. Invisible Cities mostra una rappresentazione delle condizioni di vita nel campo e anche se sembra presentata in maniera seriale e piuttosto fredda, in realtà nasconde ore e ore di chiacchierate con gli abitanti del campo.

Inoltre, la creazione di una vera e propria città all’interno del campo, con quartieri divisi per etnie e funzioni, ci mostra la distopia di questo luogo che, più di qualsiasi altro, funge da frontiera fisica e ideologica tra i migranti e il resto dell’Europa. Non vedrete nemmeno un migrante qui, ma potrete immaginarli con occhi diversi”.

 

 

One of the first Sudanese building, situated in the most ancient Sudanese neighbourhood in the western part of the camp. It may host up to five people. The writing on the wall says "Five asylum seekers live here" (June 2015, "New Jungle" refugee camp, Calais, France)
One of the first Sudanese building, situated in the most ancient Sudanese neighbourhood in the western part of the camp. It may host up to five people. The writing on the wall says “Five asylum seekers live here” (June 2015, “New Jungle” refugee camp, Calais, France)

 

 

Marco Tiberio (1988) è un fotografo e multimedia researcher italiano, residente a Bruxelles. Dopo aver ottenuto una laurea in Lingue Orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha lavorato come ricercatore indipendente per riviste accademiche italiane e straniere. Trasferitosi in Belgio, ha quindi ottenuto una laurea specialistica in European Studies presso la Katholieke Universiteit di Leuven. Nel 2015 ha cominciato a lavorare al progetto “Invisible Cities. Architecture of Exodus”, ulteriormente sviluppato durante la Photo Masterclass di Fabrica. Parla sette lingue (Italiano, Inglese, Francese, Spagnolo, Arabo, Turco e Armeno). Nei suoi progetti cerca di analizzare temi diversi attraverso approcci presi in prestito da altre discipline, al fine di generare una discussione. Lavora sia tramite fotografia tradizionale, prediligendo un approccio seriale, che tramite metodi di appropriazione, estrazione e composizione d’immagine. E’ co-fondatore dello studio di comunicazione e ricerca creativa DeFrost. La fotografia è solo l’inizio.

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