BOLOGNA. Anche chi non è un appassionato di musica non può non conoscere David Bowie, se non per le sue canzoni, almeno ne sarà stato catturato dall’impatto visivo, dall’ambiguità del personaggio, dalla carica e la freschezza che l’artista ha portato nel panorama culturale, soprattutto negli anni ’70 e ’80, la sua vera esplosione commerciale.

Stiamo parlando di un personaggio universalmente riconosciuto, che non ha certo bisogno di presentazioni, a maggior ragione chi ha nei dischi del Duca Bianco parte della colonna sonora della propria vita, non può che gioire nel sapere che la mostra a lui dedicata “David Bowie Is” è sbarcata a Bologna.

 

 

Dopo il grandioso successo che questa esposizione “a tappe” (che ha toccato Chicago, Toronto, Parigi, Berlino, Melbourne e Groninge,  ideata dal Victoria and Albert Museum di Londra) ha ottenuto in giro per il mondo, anche nella nostra penisola sarà comodo visitare questa culla di ricordi ed emozioni, a nostra disposizione dal 14 luglio al 13 novembre.

 

 

Si entra quasi in punta di piedi al Mambo, come per fare conoscenza con David Jones, per presentarsi, e una volta svolti i convenevoli ci si incammina verso una carriera che, come detto in apertura, trascende la musica e sfocia nel mito. Nelle orecchie le cuffie urlano brani immortali che fanno da tappeto ad una serie di fotografie, abiti, disegni e cimeli che hanno accompagnato il Sig. Jones da ambizioso, giovane musicista di Londra ad icona mondiale. Dai primi anni, passando per il processo creativo e la genesi di album imprescindibili, attraverso la progettazione dei dettagliatissimi show e dei suoi personaggi, per finire nel bagno di folla ottenuto con la consacrazione del suo personaggio.

Questo, in sintesi, è il viaggio che ci si para davanti.

 

 

Sono più di 300 gli oggetti dell’archivio personale del musicista esposti alle pareti, nelle teche e su palchi costruiti per l’occasione in un percorso semi-buio che si addentra nelle stanze del museo, illuminato da scritte al neon, luci led e da filmati proiettati su schermi. Si avanza leggendo le didascalie oppure attirati del lettering pop, camminando con il naso all’insù, affascinati poi dal dettaglio di un video, da uno strumento musicale, alla ricerca di feticci ed immagini di David, alcune nascoste nella penombra o quasi celate all’interno di nicchie costruite per simulare una sala d’incisione. Testi originali scritti a mano, copertine, estratti di performance live, si alternano nel percorso a ritratti celebri scattati da grandi della fotografia come Herb Ritts, Helmut Newton e John Rowlands.

 

 

Per una volta non si va ad una mostra con l’intento di ammirare una o più immagini ma per cercare di entrare, di capire, un intero mondo tra l’immaginario ed il reale che ha inevitabilmente segnato un’epoca.

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