Go West! La frontiera, il viaggio, l’immaginario

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John Ford Point. Usa. © Antonio Politano

ROMA. Fino al 20 ottobre Palazzo delle esposizioni ospita Go West! La frontiera, il viaggio, l’immaginario con foto d’epoca, contemporanee e fumetti per un viaggio da costa a costa attraverso gli Stati Uniti. Da vedere le fotografie in bianco e nero di Timothy H. O’Sullivan (sulle spedizioni di George M. Wheeler in Colorado, Nevada, Arizona, New Mexico, Utah, California del 1871-1874) provenienti dagli archivi della Società Geografica Italiana; tavole in bianco e nero di Tex Willer e una videoproiezione di fotografie a colori di Antonio Politano. La mostra è curata da Ilaria Campodonico, Nadia Fusco, Romina Marani.

 

 

John Ford Point © Antonio Politano
John Ford Point © Antonio Politano

 

ANTONIO POLITANO. “Go West”, vai a Ovest, era l’invito rivolto a chi, verso fine Ottocento, era pronto a partire per cercar fortuna. Il mito della frontiera che si spostava sempre più a occidente, seguendo artiglierie e ferrovia, costruendo una nazione e distruggendo culture, si è formato lungo quella linea. Quegli spostamenti, dilatati, incrociando tracciati di strade leggendarie, suggestioni letterarie e cinematografiche, hanno dato vita a un’altra mitologia, il coast-to-coast. Partire da est per andare verso ovest, come i coloni, i pionieri, i cercatori di glorie varie. Via terra, senza salti in aereo, al massimo concedendosi un intervallo in treno. Partendo da New York, la capitale di tutto, lungo la direttrice centrale, attraverso il Midwest, i territori dei nativi, qualche città, Antonio Politano è arrivato dall’altra parte, ai su e giù di San Francisco e alle stars di Los Angeles, fino al molo di Santa Monica, dove un cartello segnala la fine della Route 66, accanto a una ruota panoramica e alla gente che fa surf. Lo racconta in una proiezione di fotografie, accompagnato da sonori rigorosamente presi sulla strada. Antonio Politano, fotografo e giornalista, realizza reportage per diverse testate, principalmente per La Repubblica e National Geographic Italia. È autore di alcune pubblicazioni, tra cui l’Agenda del viaggio e I colori della luce. Dirige Sguardi, rivista online di fotografia e viaggio. Ha esposto, in collettive e personali, in Italia e all’estero. Insegna in master e workshop dedicati alla fotografia e alla scrittura in viaggio. Cura il programma del Festival della Letteratura di Viaggio.

 

Timothy O’Sullivan © Archivio fotografico Società Geografica Italiana
Timothy O’Sullivan © Archivio fotografico Società Geografica Italiana

 

 

TIMOTHY H. O’SULLIVAN. Le fotografie di O’Sullivan, conservate presso l’Archivio fotografico della Società Geografica Italiana, sono il frutto di un incontro istituzionale tra il Ministero della Guerra degli Stati Uniti d’America e il sodalizio avvenuto nel 1881. In quell’anno, infatti, si era tenuto, a Venezia il III Congresso Geografico Internazionale organizzato, su incarico del Comitato promotore, dalla Società Geografica Italiana. Al Congresso presero parte geografi e studiosi di discipline affini provenienti da ogni parte del mondo, ma anche molti esploratori, civili e militari, che presentarono in quell’occasione il frutto delle loro imprese. Tra questi era presente il Capitano George M. Wheeler, ingegnere e topografo, delegato al Congresso per conto del Ministero della Guerra degli Stati Uniti, che, negli anni Settanta dell’Ottocento, aveva condotto numerose campagne di esplorazione e di rilevamento geologico nel West al di là del 100° meridiano. Il capitano Wheeler era un personaggio molto noto, tanto che la Società Geografica Italiana lo aveva nominato socio d’onore già dal febbraio del 1880. Wheeler aveva portato con sé una ricca documentazione relativa alle sue spedizioni e, tra relazioni, rapporti informativi, carte topografiche e libri, spiccavano alcuni album di splendide fotografie che vennero esposte nella grande mostra allestita a margine del Congresso. Si trattava di immagini delle selvagge terre dell’Ovest americano e dei suoi originari abitanti, testimonianze di un mondo di straordinaria bellezza, immerso allora in una solitudine senza tempo e destinato a trasformarsi nel giro di pochi decenni. In larga parte le foto erano state realizzate da un giovane ma già esperto fotografo che lo aveva seguito durante le campagne esplorative degli anni 1871, 1873 e 1874: Timothy H. O’Sullivan. Finito il Congresso, il Capitano Wheeler lasciò in dono alla Società Geografica tutto il materiale, comprese le belle foto di O’Sullivan sui cui album scrisse di suo pugno una dedica datata settembre 1881.

 

Tex Willer © Sergio Bonelli Editore
Tex Willer © Sergio Bonelli Editore

 

TEX WILLER E IL VIAGGIO. Il viaggio, nell’universo di Tex, non è un accessorio: è parte necessaria e integrante dell’avventura, ne è quasi un personaggio. Il viaggio e l’avventura sono un binomio strettamente intrecciato. Ed è stato riscoperto dall’ultima grande mitologia del mondo occidentale, prodotta dalla colonizzazione dei nuovi territori americani, come funzionale ai grandi spazi e alle necessità di spostamento che questi spazi richiedevano. La storia diviene leggenda sin dalla prima striscia, apparsa nel 1948. Tex ha appena terminato “una lunga galoppata che lo ha portato oltre i confini del Texas” e ora sta per mettere in funzione, per la prima volta, davanti ai nostri occhi le sue infallibili pistole. Tutto è pronto, il destino è segnato. Bastano solo trentaquattro pagine (tanto dura il primo episodio) per capire che dal genio di Gianluigi Bonelli  e Aurelio Galleppini è nato il più grande romanzo storico italiano del ventesimo secolo, la saga che da oltre sessant’anni ripropone le mirabolanti avventure di un eroe coraggioso ed infallibile, generoso e allo stesso tempo ironico, che si muove nel fantastico scenario del grande West. Di episodio in episodio Tex attraversa Arizona, New Mexico, Texas, Messico, Canada e arriva persino in Polinesia in una mirabile contaminazione di fantasia e realtà.

 

 

la locandina della mostra
la locandina della mostra

 

TEX E TIMOTHY O’SULLIVAN. Con una sapiente combinazione tra realtà e invenzione, l’avventura di Tex nella quale il fotografo statunitense Timothy O’Sullivan affianca l’intrepido ranger, diventando protagonista della storia, nasce nel deserto del Nevada per svolgersi poi nelle giungle dell’America Centrale, dove ha effettivamente agito Timothy O’Sullivan. La storia venne originariamente distribuita su tre albi consecutivi di Tex, il primo dei quali, “Il solitario del West” (numero 250, agosto 1981) evoca la figura e la personalità del fotografo. La sceneggiatura di Bonelli è attenta anche ai dettagli significativi della fotografia della metà dell’Ottocento, nella raffigurazione del carro fotografico di O’Sullivan (ispirata alla foto che lo ritrae nel Carson Desert, in Nevada, nel 1867) o nella scena in cui O’Sullivan mostra a Tex alcune sue fotografie, tra le quali quella del Canyon de Chelly, Nuovo Messico, ripreso durante la spedizione di George M. Wheeler verso il centesimo meridiano (1873). Temporalmente l’incontro con Tex è antecedente l’esplorazione geologica a Panama, avvenuta nel 1870 (nella quale Tex accompagna O’Sullivan). Questo slittamento è concesso al fumetto che, come ogni finzione, gode del beneficio della forma fantasiosa. Conclusa la serie dei tre fascicoli successivi  – “Il solitario del West” (250), “Giungla crudele” (251) e “Il volto del traditore” (252) – Timothy O’Sullivan fa ancora capolino  a margine di un’altra avventura. Non più protagonista ma, questa volta, comparsa O’Sullivan torna ad essere il fotografo delle selvagge terre dell’Ovest  nella storia “Il Killer senza volto” (287). In questa avventura, dopo alterne circostanze, si approda alla storica firma del trattato tra il governo degli Stati Uniti e il capo Cheyenne Appanoosa. Proprio Timothy O’Sullivan scatta la fotografia ufficiale dell’incontro con i protagonisti in posa davanti all’immancabile treppiedi. La sua partecipazione all’episodio, un vero e proprio “cameo”, è distribuita tra questo finale e l’inizio della vicenda, quando Tex e i suoi pards si imbattono nel suo carro fotografico, e grazie al suo intervento danno una significativa e conclusiva svolta a un’indagine basata su un ritratto di donna, eseguito proprio da Timothy O’Sullivan.

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