Le rovine della fabbrica Ipca di Cirié
© Ivan Catalano

TORINO. Inaugura martedì 6 ottobre ad Amantes, la mostra personale “Fotografie dalle rovine dell’IPCA a Cirié” di Ivan Catalano, una campagna fotografica sulla fabbrica di coloranti I.P.C.A. (Industria Piemontese dei Colori di Anilina) di Cirié, dismessa negli anni ’80 del secolo scorso.

 

[pull_quote_center]Volutamente e per scelta non compio ricerche antecedenti alle prime riprese fotografiche sul campo, per cui quando sono arrivato all’I.P.C.A. a fare il mio primo sopralluogo non conoscevo la sua storia, ad esempio non sapevo di trovarmi dentro un teatro di morti bianche.  Ivan Catalano [/pull_quote_center]

 

Nel grande edificio 18/A, a sud del complesso industriale, lo spazio è suddiviso da più livelli: al piano terra in una corte centrale perpendicolare al lato più corto, su uno dei due fianchi, una serie di grandi vasche cilindriche oltrepassano per tutta l’altezza i solai dei soppalchi. “Trovandomi al suo interno – racconta Catalano ho iniziato ad avere qualche reminiscenza di quello che è poi diventato ricordo visivo più chiaro del documentario “Non si deve morire per vivere” del regista Daniele Gaglianone, visto due anni prima. Da quel momento la mia mente è stata pervasa dai ricordi e dalla storia degli operai morti “sul lavoro”.

Questa fabbrica infatti ha chiuso per aver causato una tragedia: la morte di centinaia di operai che si sono ammalati di cancro alla vescica. “Comunemente i luoghi e gli edifici abbandonati restano in attesa di essere riconvertiti in altro oppure di essere demoliti per far spazio al nuovo che avanza in modo prorompente. Le rovine, invece, hanno un rapporto diverso con tutto il resto: esse sono memoria storica della vicenda umana, legata all’ambiente in cui insiste e al territorio in cui si svolge, si vive e si è vissuta la vita di ogni giorno, come nel caso dell’I.P.C.A”.

 

© Ivan Catalano
© Ivan Catalano

 

 

Come fotografare delle rovine senza farsi coinvolgere dal loro fascino e dalla loro astrazione pittorica? Come restituire il senso di un luogo senza trasfigurarne la memoria e senza eluderla nel rispetto della tragedia avvenuta a vantaggio di un risultato accattivante? Come fotografare cercando di far continuare a vivere all’interno delle rovine la memoria del luogo e la sua storia?

Queste domande mi si presentavano in ogni successivo sopralluogo. La storia della fotografia e la fotografia stessa mi hanno aiutato: pensare a Bernd & Hilla Becher e al loro lavoro, che ha visto protagonista per più di cinquant’anni l’archeologia industriale e la sua catalogazione non in maniera scientifica, ma in favore della classificazione di “forme” come serbatoi, torri di raffreddamento, torri di estrazione e altiforni; il lavoro dello stesso Basilico, in particolare le sue fotografie del progetto “Ritratti di fabbriche” e non ultime le sue fotografie “Beirut 1991”. Tenendo ben presente questi esempi sono andato avanti procedendo nel delicato compito.

Catalano ha scelto di lavorare con il colore. “Ho effettuato riprese con immagini tutte a fuoco; a seconda della complessità dei soggetti ho adottato delle riprese diverse o da un solo punto di vista frontale o da differenti angolature prospettiche, e ancora eseguendo campo e controcampo cercando di mantenere lo stesso punto di ripresa. Infine, facendo attenzione a non cedere ad immagini didascaliche e scene di carattere tragico, ho cercato di fare delle “constatazioni” dove i luoghi e gli oggetti sono come ci appaiono, in quanto tali, nella loro autonomia, adesso”.

 

La mostra si inserisce nella programmazione della 18° edizione di Cinemambiente Torino. Con la collaborazione dell’arch. Emanuele Morezzi.

Infowww.cinemambiente.it – www.ivancatalano.com