Dissolvenza e presenza: il dualismo intrinseco che l’ha resa senza dubbio una delle fotografe più interessanti di questo secolo. Nata in una famiglia di artisti, il padre George è un pittore e la madre Betty una ceramista, Francesca Woodman ha scoperto la fotografia molto giovane, sviluppando i primi lavori a soli 13 anni. Pericolosa e bellissima, eterea e carnale, è stata mitizzata dalle femministe, diventando a tutti gli effetti un loro idolo. Una reinterpretazione del corpo femminile, distaccata dal becero mondo maschile. Secondo loro. Non secondo tutti. Rinchiudere Francesca Woodman in un recinto di identità di genere, pare un’operazione alquanto limitata, il suo mondo è molto più intimo e complesso.

Francesca Woodman, senza titolo, Providence, Rhode Island, 1977, stampa alla gelatina d'argento
Francesca Woodman, senza titolo, Providence, Rhode Island, 1977, stampa alla gelatina d’argento

Alcune disordinate geometrie interiori” è il titolo della sua sola raccolta in vita: una narrazione voluttuosa e distante, all’insegna di immagini potenti. Una serie di fotografie che si relazionano ai precetti di un vecchio libro scolastico di geometria in forma di elaborazioni complete di concetti ideali. La giovane fotografa si è servita in gran parte di esposizioni lunghe o doppie esposizioni, in modo tale da partecipare in prima persona allo scatto; la scelta del nudo non ha nulla a che fare con l’idea di sovrastruttura culturale, bensì come relazione umana all’ambiente naturale e architettonico circostante, rendendo il corpo un mezzo di espressione estremamente potente.

[quote_center]Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza”.[/quote_center]

Fin da subito quindi Francesca Woodman ha dichiarato, nelle sue fotografie, che a fondamento di ogni scelta e di ogni immagine prodotta, non ci fosse altro che la sua interiorità. L’assenza, il bianco e nero, il corpo femminile: Francesca Woodman corre, si arrampica, sfugge. La sua arte è intima e riservata, ricca di una delicatezza che abbraccia un mondo che spaventa per la violenza dei gesti e dei toni di voce.

Francesca Woodman, Polka Dots, Providence, Rhode Island, 1976, stampa alla gelatina d'argento
Francesca Woodman, Polka Dots, Providence, Rhode Island, 1976, stampa alla gelatina d’argento

Lo scatto intitolato “Polka Dots” ne è un esempio: l’espressione di Francesca Woodman è quella di una bambina che si nasconde, di una donna che sostiene lo sguardo, un dualismo talmente intenso da lasciare senza fiato. Il muro scrostato che fa da sfondo e i resti di intonaco sul pavimento in primo piano, riuniscono le consapevolezze del passato ai timori del futuro. Tutto ciò che conta è il presente, l’attimo in cui può rivelare se stessa davanti all’obiettivo della sua unica confidente, la macchina fotografica. Scattata a soli diciotto anni, questa immagine rivela una maturità artistica e un estro a dir poco sconvolgenti, frutto di un tumulto di ironia e fragilità, d’istinto provocatorio e armonia.

La dimensione lirica di questi lavori non deriva, come alcuni hanno pensato, da una visione romantica e idealizzata di se stessa, al contrario proprio la consapevolezza che il corpo sia fatto della stessa stoffa del mondo, suggerisce una immersione del corpo nell’universo delle cose, realizzando di fatto una comunione a tratti simbiotica. Comunione infatti significa farsi carico, con profonda empatia, delle trasformazioni e dei mutamenti che la materia subisce, suscitando nell’artista una forte inclinazione per le ambientazioni in interni abbandonati e ricchi di vissuto. Riconoscersi come uno dei tanti elementi del mondo: questo senso di unità non è mai venuto a mancare nei lavori della Woodman.

La copertina del libro dedicato a Francesca Woodman (Silvana Editoriale)
La copertina del libro dedicato a Francesca Woodman (Silvana Editoriale)

Morta suicida a soli 22 anni, gettandosi da un palazzo di New York, la sua scomparsa ha strappato al mondo un’artista interessante e controversa, dotata di un talento visionario: la capacità di immergere se stessa nell’obiettivo, vestendosi delle ombre e dei resti di un tronco d’albero scrostato. Misteriosa ed irrequieta, la sua esperienza artistica si compone di tasselli, un mosaico creato dalle memorie di amici, familiari e colleghi. Con la pellicola che sapeva farsi tela, accogliendo immagini dalla straordinaria resa pittorica, tutto il mondo riconosce in Francesca Woodman la principessa dagli occhi tristi della fotografia contemporanea.