Home REPORT La fotografia come corpo del tempo. Filippo Maggia su Sugimoto

La fotografia come corpo del tempo. Filippo Maggia su Sugimoto

Filippo Maggia racconta la mostra di Sugimoto a modena
© francesco gozzi

“L’indagine del passato e la necessità di raffigurare un tempo dandogli corpo attraverso la fotografia caratterizzano la pratica artistica di Hiroshi Sugimoto sin dai suoi esordi. Riconoscere il mondo e restituirlo al nostro sguardo contemporaneo completato del senso e del valore di cui è andato arricchendosi nei secoli presuppone innanzitutto un lungo processo di elaborazione interiore, di riflessione, di insistenti domande che rivolgiamo a noi stessi e che muovono, tutte, dal bisogno di scoprire oltre che della sete di conoscenza. Scoprire, sperimentando, per capire”. E’ così che descrive il lavoro del celere fotografo giapponese,  Filippo Maggia, curatore della mostra “Stop Time” in mostra a Modena, al Foro Boario, fino al 7 giugno. Un cammino artistico che è “un’incessante sfida alle potenzialità che la fotografia offre all’artista, come tecnica, linguaggio e strumento di interpretazione del mondo, specialmente se accompagnata ad un’altrettanto approfondita e accanita pratica di altre discipline, quali il design e l’architettura”.

In questo approccio così particolare sentire il tempo, che è anche il focus della mostra modenese (ma anche della ricerca di Sugimoto), “è regola fondamentale”.

 

 

E sempre sul tempo è lo stesso Sugimoto ad esprimersi. “La prima volta che ho riflettuto seriamente sul concetto del tempo ero alle elementari. Su un numero della rivista ‘Children’s Science’, a cui ero abbonato, lessi un articolato sulla luna corredato da un diagramma che ne mostrava la distanza dalla terra e spiegava come, persino alla velocità della luce, occorrevano alcuni secondi perché la luce dalla luna raggiungesse la terra. Ciò mi portò ad elaborare una mia particolare teoria: l’immagine della luna che vedevo io era in realtà quella dell’astro alcuni secondi prima; questo significava che se avessi posizionato un grande specchio sulla luna e contemplato la mia immagine riflessa in esso, quella che avrei visto era in realtà l’immagine di me stesso alcuni istanti prima. il passo successivo fu pensare di poter sfruttare il tempo che occorreva alla mia immagine per raggiungere la luna e tornare indietro sulla terra per costruire un secondo grande specchio sulla terra che avrebbe restituito tale immagine; il gioco di riflessione tra i due specchi avrebbe così preservato l’immagine di me bambino per l’eternità. Fantasticavo di trasferire lo specchio della luna sulla terra in modo tale che, quando fossi diventato un vecchio canuto, avrei potuto ogni tanto rivolgere una fugace occhiata alla mia immagine da bambino. Non mi ci volle molto per capire che la mia teoria avev una pecca […] eppure le mie fantasie infantili dimostrano ancora oggi quanto sia connaturato all’uomo il desiderio di arrestare lo scorrere del tempo”.

 

 

 

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