Lo spazio è il tema della quinta edizione di ColornoPhotoLife

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COLORNO. Tra il 7 e il 9 novembre 2014 la Reggia di Colorno sarà teatro della 5° edizione di ColornoPhotoLife che, ideato e realizzato in collaborazione con gli organi operativi della FIAF, apre i propri spazi alla fotografia nazionale, pur ponendo particolare attenzione agli autori emiliano-romagnoli. Nato dalla passione del fondatore Gigi Montali e dall’entusiasmo dei volontari del Circolo fotografico Color’s Light, per il quinto anno consecutivo il ColornoPhotoLife unisce quindi le forze delle istituzioni e del volontariato culturale per dar vita a momenti di viva cultura fotografica con mostre, workshop, un concorso a lettura, incontri con autori e protagonisti della fotografia italiana che esporranno, per condividerle, le loro riflessioni ed esperienze.

Il concept dell’edizione 2014 ruota attorno all’idea di Spazio, inteso come la variabile da dominare per lo sviluppo umano. Se il tempo è stato dominato dalla rapidità, lo spazio viene dominato dalla raggiungibilità materiale e intellettuale di ciò che prima era remoto e oggi non lo è più. I curatori, affermando che il XX secolo è l’epoca del Tempo e il XXI secolo quella appunto dello Spazio, propongono una riflessione che coinvolge il disporsi delle cose naturali nello spazio, che è misura dell’uomo, a partire dal corpo che si colloca in un determinato luogo e lo occupa e che diventa quindi esso stesso metafora dello spazio. Ed è nello spazio che l’uomo scopre e trasforma il mondo.

Lo stesso concetto di spazio assume quindi innumerevoli significati, quale quello pubblico dei luoghi e dei non-luoghi, o quello privato; ancora diventa un territorio identitario di un popolo, di una comunità, di un nucleo familiare, di un individuo. È visto inoltre come elemento misurabile: quello immenso e quello insufficiente; e infine può essere profondamente soggettivo nella sua esteriorità e interiorità.

 

ph Gianni Leone
ph Gianni Leone

 

LE MOSTRE. Le mostre saranno inaugurate venerdì 7 novembre e rimarranno aperte fino a lunedì 8 dicembre.

GIANNI LEONE. VAGHI PAESAGGI. Tra i fotografi che, negli anni ottanta del Novecento, sono stati implicati in una profonda revisione dell’immagine fotografica del paesaggio italiano, Gianni Leone non ha mai avuto una rassegna monografica che rendesse adeguatamente conto della sua vicenda. Le sue prime ricerche, tra 1979 e 1980, riguardano il paesaggio, in particolare quello pugliese, di cui legge con asciuttezza i materiali, le architetture, le forme, scostandosi nettamente dalla linea tardo-neorealista di tanta fotografia del nostro Meridione. Le immagini di Bari, Alberobello, Martina Franca, e poi anche della Lucania, dell’Emilia (anche a Parma, Colorno) evidenziano da subito un’attenzione ai temi della ricerca concettuale che tende alla definizione del senso dei luoghi. Alla funzione della fotografia nella comunicazione contemporanea Leone si rivolge sia come autore (in particolare con Letture, 1980-1981) che come organizzatore culturale: è animatore della Galleria Spazio Immagine di Bari, situazione particolarmente attenta alle più avvertite ricerche sul paesaggio in fotografia, organizzatore di incontri, dibattiti, e (nel 1981) promuove la ricerca di Luigi Ghirri sulla Puglia, tra le prime indagini specificamente paesaggistiche del grande fotografo. Negli anni successivi è tra gli animatori delle imprese fotografiche Penisola (1983) e Viaggio in Italia (1984) a fianco dello stesso Ghirri, di Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Guido Guidi, Mimmo Jodice, Fulvio Ventura e altri. Nel 1984 pubblica nel volume Fasti barocchi nella fotografia contemporanea (a cura di Cesare de Seta) un’intensa indagine sugli spazi del barocco, sulla permeabilità tra naturale e artificiale nelle ville e nei giardini del sud, sulla contiguità di fascino, decadenza, memoria, ricerca ripresa nella mostra Giardini d’Europa (1987, a cura di Giulio Bizzarri). Le fotografie a colori degli anni novanta di Leone, poi, proseguono il lavoro sul paesaggio con una particolare attenzione agli spazi quotidiani, alla definizione anche affettiva di luoghi frequentati dove convivono e si stratificano i segni del naturale, delle architetture spesso vernacolari, della tradizione di veduta che filtra in raffinate sintesi di apparente, surreale sospensione del tempo. Il colore di tono alto, invaso della luce locale delle immagini della Sardegna (1994), della Campania (1997), ma anche nel nord del Trentino, di Annecy, della Val d’Aosta (1995) dispiega uno sguardo fuori dalla pratica di promozione turistica: difficilmente sono riconoscibili spazi celebrati dalle cartoline, dai dépliant, dalle illustrazioni da stampa specializzata, ma rende con esattezza il senso dell’esperienza concreta, magari di frequentazione abituale ma sempre stupìta, del nostro ambiente. In alcuni episodi (Polignano 1994, e ancora nel 2012, Bari 1996) le inquadrature hanno il sapore di un dialogo per immagini con l’amico Luigi Ghirri, con il quale aveva condiviso visioni e riflessioni dieci anni prima. Il ripercorrere i segni e le immagini di una memoria anche intima, la conciliazione con la perdita sempre dolorosa, sono poi temi esplicitamente investiti dall’ultima serie, Poi (Diabasis, 2010), indagine di spazi e oggetti del proprio abitare e ricordare. Dal 2012 Gianni Leone aggiunge, con grande generosità, oltre 300 vintage prints e oltre 600 stampe in bianco e nero e a colori al fondo di opere già lasciate all’Università all’inizio degli anni novanta; il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma ne curerà la rassegna. La mostra, di fatto la prima antologica mai dedicata all’autore, sarà accompagnata da un catalogo edito da Skira, con la cura di Paolo Barbaro.

 

Antonella Monzoni, Etiopia
Antonella Monzoni, Etiopia

 

ANTONELLA MONZONI. LA BELLEZZA SILENZIOSA

L’esercizio del reportage fotografico ha condotto Antonella Monzoni a maturare un rapporto con la realtà molto personale e intimo. Fin dagli inizi nel 2000, il suo linguaggio fotografico interloquisce col mondo attraverso una poetica coerente che ne ha orientato il comportamento e quindi la visione nell’essere semplicemente “donna tra le donne del mondo”. Nell’evoluzione tematica delle sue opere fotografiche, Antonella Monzoni matura l’interesse verso il ruolo della donna nelle diverse realtà del mondo, passando dalla iniziale naturale empatia alla consapevolezza politica del loro agire nei mutamenti storici del mondo contemporaneo. Per lei, le donne sono la “bellezza silenziosa” che trasforma il mondo. “La bellezza silenziosa” è un’opera che ha preso forma lentamente tra Lalibela nel 2003 e l’Iran nel 2012, in un percorso ispirato dalla sua più profonda intuizione e autocoscienza di donna emiliana con uno stile di vita proiettato verso la libertà espressiva del proprio essere. “La bellezza silenziosa” è quella che si sente, che si vede nonostante tutto ciò che la nasconde, la contrasta, la nega. Scoprirla è percepire nella realtà la potenzialità enorme di un’energia creatrice sotterranea e inarrestabile che, pur nelle enormi avversità, opera per dare un futuro migliore al mondo. Ancora, è quell’energia femminile che, anche se non si esprime compiutamente in una singola vita, non si spegne mai, anzi, come un tratto del codice genetico si riafferma nel passare di generazione in generazione attraverso la sofferta storia dell’umanità. Una volta identificata, la bellezza silenziosa si riconosce sia nei temi orizzontali rivolti ai fenomeni di massa sia in quelli verticali della storia privata di una singola persona. La bellezza silenziosa di Antonella Monzoni è quella che va sempre oltre lo stereotipo, che è irraggiungibile perché vive nel futuro, che è inarrestabile perché è nel DNA umano. (Silvano Bicocchi)

 

ph Enrico Genovesi
ph Enrico Genovesi

 

ENRICO GENOVESI. TEMPORARY HOME

Temporary Home rappresenta storie di persone che si trovano in temporanea ospitalità presso centri accoglienza per l’emergenza abitativa o in occupazione di spazi istituzionali dismessi. Con la crisi economica molti inquilini che prima pagavano regolarmente l’affitto non sono più in grado di farlo: sono stati definiti “inquilini morosi incolpevoli” e rischiano di essere sfrattati. Secondo un rapporto diffuso dal Ministero dell’Interno, nel 2012 sono stati emessi 67.790 provvedimenti di sfratto, di cui 60.244 per morosità; in media è stato ordinato uno sfratto ogni 375 famiglie residenti in Italia (nel 2011 la media era uno ogni 394 famiglie). Prato è la provincia con la maggiore incidenza di sfratti rispetto alle famiglie residenti (uno ogni 128), seguita da Lodi, Novara, Pavia, Rimini, Roma, Pistoia, Brescia e Livorno (che nel 2011 era in testa alla classifica con uno sfratto ogni 170 famiglie). Roma è la prima tra le province dei dodici grandi comuni (uno sfratto ogni 224 famiglie). Per l’Unione Inquilini il dato reale è peggiore, e nel 2012 ci sarebbe stato uno sfratto ogni 75 famiglie in affitto.

 

Liverani_BREAK INTO BREAK
Liverani_BREAK INTO BREAK

 

ALEX LIVERANI. BREK INTO BREK

L’opera di Alex Liverani, presentata in anteprima al ColornoPhotoLife 2014, nasce come ricerca visiva nella City, cuore economico e finanziario londinese, realizzata nei primi mesi del 2014. Passeggiando nelle strade della più intricata metropoli europea con la macchina fotografica in mano, Alex irrompe (break into) in piccoli momenti di solitudine privata e ristoratrice durante interminabili ore di lavoro: una sigaretta, una boccata d’aria, una pausa fuori dall’ufficio e fuori dalle attività commerciali, tra sguardi pensierosi e assonnati, per lo più assenti, ben lontani dall’obiettivo del fotografo. Questo è Break into Break, indagine visiva su frammenti quotidiani (le pause di lavoro, il cosiddetto break) che cadono a ripetizione in un contesto urbano come la City, ma che si fermano nell’obiettivo solo quando diventano la misura e il metro di uno spazio urbano quasi surreale. A dominare queste istantanee – il cui schema si ripete, volutamente senza troppe variazioni – è l’architettura razionalista, la geometria dello spazio disegnato dalla luce, dove più dei volumi colpiscono le linee, i rettangoli delle pareti e delle finestre, le ombre, le modanature, le cornici. Non c’è cielo in queste immagini, ma le texture, i materiali, le sfumature dei grigi – che tali sarebbero, forse, anche senza il bianco e nero – danno la misura del peso e delle dimensioni di questi luoghi vissuti che sembrano disegnati. L’equilibrio imperfetto di linee e forme che domina gli scatti rende gli uomini che li abitano – assolutamente incuranti di questa qualità spaziale – l’elemento che ancora l’immagine alla realtà, calandosi nel letto della street photography più genuina ma, allo stesso tempo, volutamente e consapevolmente ricercata in termini di estetica. La striscia del cemento, un elemento in primo piano, una perpendicolare non perfettamente centrata sono gli indizi della freschezza e dell’autenticità del lavoro che, sebbene parta da una visione circoscritta del mondo, non piega la verità della fotografia alla ricerca dell’assoluto. Non è scontato quindi far quadrare il cerchio, tra luci, persone e forme, come non è facile – racconta l’autore – trovare una giornata di sole a Londra.

DIECI. FOTO Cult dal 2004 a oggi

Con il numero di aprile 2014 il mensile di tecnica e cultura della fotografia “FOTO Cult” ha compiuto dieci anni. Il decennale della rivista ha segnato una svolta, a partire dalla grafica della testata ridisegnata per lasciare maggior respiro all’immagine. Questa mostra vuole raccontare al pubblico del festival ColornoPhotoLife la storia di “FOTO Cult” attraverso le sue migliori copertine. Dal 2004 “FOTO Cult Tecnica e Cultura della Fotografia”, è il punto di riferimento di decine di migliaia di lettori. Si occupa di attualità, cultura, tecniche di ripresa e novità di prodotto. Sottopone ad approfonditi test le apparecchiature fotografiche e gli accessori più interessanti, realizza indagini di mercato, dà voce ai fotografi professionisti attraverso interviste riccamente illustrate e presenta le immagini degli autori emergenti. Si occupa di tutto quanto ruota intorno al mondo delle mostre e dei concorsi fotografici. “FOTO Cult” racconta la fotografia con il linguaggio della fotografia.

 

Morandi, la mia Africa
Morandi, la mia Africa

 

GIUSEPPE MORANDI . LA MIA AFRICA

La mia Africa è una serie concepita alla fine del Novecento, quando il Comune di Piadena per la prima volta commissiona al suo – scomodo – autore un lavoro su quella comunità. Ma Morandi non fotografa le trasformazioni urbanistiche, le nuove costruzioni, la modernità che avanza, bensì i nuovi cittadini, le nuove persone, i nuovi Paisàn. “L’Africa di Morandi è Piadena, luogo della Pianura Padana di cui ha visto, vissuto, pensato e a volte raccontato le trasformazioni nell’arco di quarant’anni, con la capacità di rendere, attraverso le storie, l’immagine dei corpi, delle persone, del lavoro, il senso di una condizione definita non tanto per l’emergere di una purezza mitica e ormai perduta, quanto per i modi del trasformarsi, mescolarsi, ridefinirsi.” (P. Barbaro, L’Africa a Piadena, introduzione a La mia Africa, fotografie di Giuseppe Morandi, Milano, Mazzotta, 2001). Un’Africa che nulla ha a che vedere con il romanzo di Karen Blixen, di cui si limita a evocare il titolo. Quella di Giuseppe Morandi, piadenese, classe 1937, è infatti un’Africa dal sapore padano, un “Continente Nero” che si estende ben oltre i suoi già ampi confini naturali per approdare nella Bassa, dove nuovi volti dai tratti extraeuropei, dalla pelle di colore scuro, popolano le piazze, le vie, le fabbriche, le cascine. E Piadena diviene cittadina di frontiera, crocevia di culture e di lingue diverse. ”Sono i nuovi paisan” – spiega Morandi, che nel 1979 ha pubblicato proprio con il titolo I paisan la prima di una lunga serie di raccolte di fotografie sui nuovi ultimi, arrivati a mutare il paesaggio umano di questo terzo millennio. Sono senegalesi, nigeriani, indiani… Sì, perché africani, in senso lato, siamo un po’ tutti: lo sono anche gli indiani, così come i giovani piadenesi che si identificano nel loro gruppo in cui scooter, taglio di capelli particolare e “divisa” costituiscono un codice di appartenenza a una sorta di tribù. Oggi sono africani; ieri, alla fine del secondo millennio, quando Morandi ha iniziato la sua esplorazione fotografica, erano semplicemente “paisan”, gli ultimi pellerossa della Val Padana. Arrivavano dalle nostre campagne. Oggi vengono dall’Africa. Giungono a Piadena, dove vivono, lavorano, studiano, si sposano secondo i loro riti accanto agli indigeni, ai piadenesi. Sono una tribù nella tribù; riconoscibili perché diversi, accettati perché eguali. L’Africa di Morandi, che è poi la nostra Africa, è raccontata attraverso fotografie che colpiscono per la loro semplicità, per la loro schiettezza. Eppure sono meditate, la posa è ricercata sia da chi sta dietro, sia da chi si pone davanti all’obbiettivo. Fotografie, o meglio ritratti che parlano della vita di tutti i giorni, con naturalezza. Perché oggi è “normale” (o almeno dovrebbe esserlo) che bianchi e neri vivano l’uno accanto all’altro. Piadenesi bianchi e piadenesi neri. ”E’questa la globalizzazione che vogliamo!”, scrive il presidente della Provincia di Cremona Gian Carlo Corada nella prefazione al catalogo della mostra edito da Mazzotta, “Senza fratture o infingimenti. Conservando piena fierezza di ciò che siamo. La Lega di Cultura di Piadena di cui Giuseppe Morandi è tra i fondatori ci dimostra che per realizzarla non servono teorie altisonanti, complicazioni intellettualistiche, difficili architetture ideologiche: basta contemplare la realtà. Fotografarla. Cioè, in una parola, accettarla”.

 

Millenotti, porn stations
Millenotti, porn stations

 

PIETRO MILLENOTTI . PORNO STATIONS

Mi sono appassionato a questo progetto una volta intuite le sue potenzialità. Mi interessava che il soggetto potesse racchiudere al suo interno più argomenti di riflessione: non solo la constatazione di una sempre più crescente “pornificazione” della società moderna, ma anche un’idea di consumismo oramai alla pari rispetto a quella dei beni primari; una forma di sessismo ancora presente e profonda simboleggiata dalla presenza di figure femminili su ogni distributore di materiale pornografico. Infine una percezione di trasformazione di spazi del quotidiano in non-luoghi, quali stazioni di servizio, autolavaggi e bar e un sensazione di solitudine dell’uomo amplificata dalla presenza dell’oscurità.

Info: www.colornophotolife.it

The Mammoth's Reflex
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