Grenze 2022: cosa vedere al festival della fotografia di Verona

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Il Bastione delle Maddalene, a Verona, agli inizi di settembre è stato protagonista della quinta rassegna fotografica di Grenze Arsenali Fotografici 2022. Il festival di fotografia di Verona è nato su un’idea del docente e critico d’arte Simone Azzoni e della fotografa e docente Francesca Marra.

Affascinante ed enigmatica, al contempo, è stata questa la location principale del festival della fotografia che da alcuni anni sostituisce le attività espositive del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, sospese per restauri. Un contingente di artisti internazionali che hanno offerto una propria visione, rispetto al focus dell’argomento, che quest’anno gravitava attorno al significato di FALSCH.

Grenze 2022: cosa vedere al festival della fotografia di Verona
© Terry Peterle

Ma cosa significa Falsch? In tedesco, questo termine indica il contenuto semantico di sbagliato, falso, inesatto. E come tradurre Falsch nella nostra contemporaneità? È questo l’intento del festival Grenze: portare al centro delle nostre riflessioni intellettuali e nel concreto del quotidiano, la percezione.

Percezione intesa come conseguenza delle risposte del nostro corpo, dei nostri sensi, del nostro modo di interagire dopo essere stati intenzionati dalle immagini. È nel Bewusstsein – per rimanere nella lingua germanica -, che prendiamo coscienza, diventiamo vigili. Edmund Husserl, aveva identificato l’inganno della sua dama di cera al Panoptikum di Berlino alla fine dell’Ottocento, ponendo nientemeno che le basi della fenomenologia della percezione dell’immagine. Un carico filosofico significativo, che oggi più che mai davanti al prolificare continuativo delle immagini con l’interazione dei sistemi informativi, ci pone davanti alla questione “Che cosa vogliono (davvero) le immagini?”.

Titolo, quest’ultimo, sancito da William J.T. Mitchell storico dell’arte nel 2005 e uno dei più importanti esponenti della teoria dei media a cui si ispira questa rassegna. Fotografia sì, ma è nella vastità della cultura visuale – un affermazione avvenuta nella metà degli anni Novanta -, che Grenze ha voluto espandere l’indagine di Falsch, proponendo di fatto il significato odierno di Fotografia Contemporanea.

Mitchell, infatti, si è chiesto con questo suo straordinario saggio “Perché ci comportiamo come se le immagini fossero vive, possedendo il potere di influenzarci, di chiederci cose, di persuaderci, di sedurci o addirittura di portarci fuori strada?”. Un ampliamento dello shock di Walter Benjamin, che riconobbe da pioniere già negli anni Venti del Novecento l’impatto sconvolgente che l’essere umano ebbe con la fotografia e il cinema. Una svolta ed un ripensamento prospettico, quello di Mitchell, in quella che conosciamo come iconologia. Scienza, quest’ultima, che riporta alla codificazione dell’opera figurativa con l’analisi degli elementi formali e simbolici, riferiti ad un tempo storico.

Dell’immagine non ci interessa l’autenticità dell’origine ma l’originalità del suo destino”, afferma il team di Grenze. Ecco l’immagine, il rinvio a qualcosa d’altro, a qualcosa che di fatto è rappresentazione. È il rendere presente. Un’immagine che spesso è frutto di un intenzionale manipolazione. Un fake.

Grenze 2022: cosa vedere al festival della fotografia di Verona

Le mostre al Bastione di Verona

Chi sono stati, dunque, i protagonisti di questa location centrale?

La cornice esterna del Bastione, vedeva due autorevoli fotografe internazionali che hanno presentato l’immaginario fotografico del Sud Africa. Da un lato, una selezione di lavori fotografici di Thania Petersen (1980), in scenografie e provocazioni. Un desiderio di riscatto della società in cui vive: cultura, tradizioni e religione, in una rivendicazione identitaria di appartenenza storica al Sud Africa, scevra degli stereotipi che troppo spesso affidiamo a questa parte del mondo.

Dall’altro lato, la giovanissima Sethembile Msezane (1991). L’artista, che vive e lavora a Cape Town, tocca argomenti che rappresentano spiritualità, celebrazione e organizzazione culturale della conoscenza africana, ponendosi questioni anche sugli avi della sua cultura. A Grenze è esposto il progetto Kwasuka Sukela – Re-imagined bodies of a (South African) 90s born woman (2015-2016), che richiama l’attenzione sensibile verso il corpo femminile africano. La figura della donna, secondo le indagini dell’artista, sono assenti sia nei racconti popolari che nella presenza fisica della storia del Paese.

Tra i lavori a colori delle due autrici, nel cortile esterno, spiccava la serie fotografica di Francesco Amorosino dal titolo Fantastic Voyage. In questa serie il fotografo celebra la recente scoperta della Nasa degli esopianeti, irraggiungibili per gli essere umani. Con frutta e ortaggi, le storie di Asimov e in combinazione con la propria creatività, Amorosino ha voluto proporre un nuovo sistema solare di proprio pugno.

Il percorso interno del Bastione ha proposto l’interessante lavoro artistico, realizzato da Joan Fontcuberta e Pilar Rosado dal titolo Dèja-Vu. Le immagini esposte sono il risultato proposto dall’algoritmo GAN (rete generativa avversaria), un sistema che si compone di due reti neurali (una buona e una “cattiva” o fake) che addestrate, competono in un gioco a somma zero. La rielaborazione delle opere d’arte fa parte della collezione del Museo del Prado di Madrid. In pratica, si chiede all’algoritmo di ricostruire esattamente l’immagine selezionata e in questo caso specifico, essendo il sistema composto da poche immagini (solo 7mila) mostra anomalie o… una nuova rappresentazione.

Klaus Pichler, con il progetto fotografico This Will Change Your Life Forever si è immerso personalmente per due anni nei sistemi esoterici new-age o di pseudoscienza. Il falso o la manipolazione passano anche da qui: i social e l’insicurezza pandemia, hanno conquistato l’attenzione dei più. Convinzioni che si sono fatte strada tra le fragilità e la disperazione delle persone, sfiduciate e condizionate dai tempi incerti. Ideologie sì, ma anche modelli di business che attecchiscono.

Kai Yokoyama, con il progetto The day you were born, I wasn’t born yet, ha svolto una significativa ricerca di storia familiare fatta in periodo lockdown. Il tempo passato in casa con i propri genitori, fatto di racconti e indagine a ritroso hanno dato modo a Yokoyama d costruire una identità personale.

È videoarte quella di Ruben Torras Llorca dal titolo Road Moview. Qui l’autore specializzato in “Ambiente e Realismo” utilizza i sistemi di localizzazione che conosciamo, come Google Maps e Street View, combinando un reeanactment di personaggi e oggetti mitici insieme a luoghi conosciuti che incorniciano un nuovo immaginario. Forse un nuovo mondo virtual come fosse un social? O semplicemente una finzione necessaria voler perdere la realtà di proposito per renderci più leggera, per un momento, le complessità della vita?

Secret Garden di Susi Belianska è una serie fotografica realizzata all’interno di Villa Lante, uno dei più celebri giardini italiani a sorpresa manieristici del XVI secolo, situato a Bagnaia, una frazione di Viterbo, nel Lazio. L’intenzione dell’autrice è di far emergere una figura femminile quasi eterea con abiti che calamitano l’attenzione in un paesaggio labirintico fisico e mentale.

Infine, a completare il Bastione, le evanescenti e interessanti fotografie della serba Sonja Žugić dal titolo inconfondibile Dissappearing. Una serie di fermi immagine realizzati su una spiaggia vietnamita nel 2017 che nell’intenzione dell’autrice vogliono essere l’estensione della sua indagine sul concetto di confine, che sia di pensiero che culturale.

Un modo di tenere in vita l’esistenza di un qualcosa che sta scomparendo, in una estetica provvisoria, a ricordarci che neanche i luoghi più belli e maestosi del mondo sono eterni. Il punctum, direbbe Barthes, in cui l’emotività di questi luoghi ci pungono esistendo solo nell’attimo dello scatto. È una meraviglia delicata che fa presagire ad un apparente calma prima del suo sprofondare.

Grenze 2022: cosa vedere al festival della fotografia di Verona

La sezione Off

Al Lazzaretto di Verona – bellissimo rudere utilizzato prima come un luogo di confinamento sanitario della peste del 1630 e poi come deposito di esplosivi fino alla Seconda Guerra Mondiale – sono state esposte le fotografie vincitrici dei talenti emergenti del circuito #OFF del Festival Grenze.

Con la curatela di Sara Pellizzer, fotografa e studentessa in Storia delle Arti e Lisangela Perigozzo, fotografa e Storica dell’Arte, sono stati selezionati ed esposti sette progetti fotografici. Chi sono i vincitori?

False flag della polacca Jadwiga Janowska. È la documentazione che porta in scena la storia della stazione radiofonica di Gliwice, conosciuta come la “Torre Eiffel di Gliwice” nella regione della Slesia (Sud della Polonia). Dal sabotaggio nazista ad una visione soggettiva partecipata in tempi recenti, l’autrice interpreta questa torre da varie prospettive.

Grenze 2022: cosa vedere al festival della fotografia di Verona
© Grenze Arsenali Fotografici

0”5 dell’italiana Chiara Zuanazzi. Immagini che ritraggono un ambiente e una realtà deformata, velata che aprono la strada a un inedito paesaggio immaginario a tratti ingannevole.

The wind will take us away dell’iraniana Nahid Rezashateri. È la celebrazione visiva di ricordi veramente vissuti, nelle profonde radici del cuore: “I Fiori Gialli” (Gol-e-zard). L’intensità di un passato reale e a volte, per l’autrice, distante.

Cowland di Stefano Zancan. Gli immaginari irreali del fotografo sono in realtà sinuose forme geometriche che provengono da corpi di mucche. Un omaggio alle mandrie bovine che caratterizzano i paesaggi dell’Alta Lessinia.

Grenze 2022: cosa vedere al festival della fotografia di Verona

L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro di Chiara Bruni. “Cosa ci resta nella memoria di qualcuno solo di passaggio nella nostra vita?”: questo il quesito rappresentato dall’autrice in poetiche visioni portoghesi che si ispirano all’omonima opera di Peter Handke (2019).

Ràmici della veronese Silvia Barp. I rami vegetali che vogliono significare una percezione ingannevole o inedita del proprio essere interiore quando l’esterno è ciò che si vede nell’immediato. Alla ricerca di un identità nel chi siamo, condizionati come siamo, dalle stagioni della vita.

Contatto del pugliese Alessandro De Leo. È una serie di ritratti che si sovrappongono l’un l’altro producendo la combinazione attore-autore. Due identità o un unica creatura, che nell’intenzione dell’autore, non vogliono determinare qualcosa di definito.

Terry Peterle
Terry Peterle
Nell’ambito della fotografia il suo interesse e i suoi studi si sono rivolti prevalentemente nella cultura e linguaggio fotografico, e con particolare interesse segue lo sviluppo e le diramazioni dello stesso nella fotografia attuale.

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