SAVIGNANO SUL RUBICONE. Un panorama di narrazioni possibili, di molteplici localizzazioni della fotografia contemporanea, un’evocazione degli attraversamenti dialettici nel mondo del visuale, che si incontrano alla confluenza di un unico luogo e si incrociano in un festival. Ad Confluentes, letteralmente dal latino alla confluenza e toponimo del primo insediamento di Savignano sul Rubicone in epoca romana, è il titolo di SiFest26 in arrivo a Savignano sul Rubicone dall’8 al 24 settembre, di cui tre giornate intere dedicate al festival (da venerdì 8 a domenica 10 settembre) e il restante periodo espositivo (16, 17, 23 e 24 settembre).

 

Karen Knorr - The Winds of Change, Villa Farnese, Caprarola (2014)
Karen Knorr – The Winds of Change, Villa Farnese, Caprarola (2014)

 

IL TEMA: AD CONFLUENTES

Il toponimo Ad Confluentes trae le proprie origini da un itinerarium, la Tabula Peutingeriana, una cartografia figurata creata allo scopo di segnalare la traccia delle vie militari dell’Impero romano. Non si tratta di una rappresentazione realistica dei paesaggi o dei percorsi, ma del tentativo di tenere insieme e osservare punti diversi e lontani nello spazio immenso di un impero.

SIFEST26 è uno sguardo sulle geografie che si configurano a partire dalle possibilità del mezzo fotografico. A una lettura monolitica si è preferita la scoperta di riflessioni inattese e diversificate. Ciascuna mostra raggiunge l’altra, contaminando discorsi, immagini, proiezioni; fa convivere progettualità diverse sulle questioni peculiari della nostra realtà visiva, culturale e sociale. Ad Confluentes perché un insieme di mostre riunite in un unico luogo e in un unico tempo può essere osservato attraverso la guida di un itinerarium, che non segni il percorso esatto da una posizione all’altra, ma offra a ciascuno di vedere uno scorrere insieme di immagini e immaginari a partire dal proprio sguardo e dallo sguardo di chi li ha realizzati. Un flusso di narrazioni e riflessioni non sempre riconducibili a un linguaggio univoco, che possono essere percorse e rimesse in circolo, creando nuovi ambienti di cui cogliamo una temperatura.

Con il titolo Ad confluentes, inoltre, SIFEST26 continua il discorso avviato nell’edizione 2016 Alea Iacta Est, affidando le possibili confluenze dei sentieri di indagine della fotografia agli artisti in mostra in questa ventiseiesima edizione di un festival che dal 1992 è uno dei crocevia obbligatori per fotografi, appassionati, esperti di immagine, galleristi, direttori di festival e musei, giornalisti, photoeditor.

 

©Martin Erricchiello e Filippo Menichetti-In Quarta Persona
©Martin Erricchiello e Filippo Menichetti-In Quarta Persona

 

LE MOSTRE

Le confluenze che caratterizzano il programma artistico di SIFEST26 offrono ai visitatori uno sguardo aperto, l’occasione dell’incontro di storie e racconti apparentemente lontani, la consapevolezza che le molteplici soluzioni linguistiche della fotografia sfuggono spesso a una possibilità definitoria.
Scegliendo una cronistoria e percorrendo le vicende del fotoreportage, le fotografie di Farm Security Administration: le stampe della Library of Congress al CSAC rappresentano un caposaldo della cultura fotografica, alle origini della fotografia documentaria. A cura di Francesca Parenti, la mostra è l’emblema della confluenza di stili e linguaggi, uno dei primi esempi di un progetto plurale che ricorda certe modalità adottate dalle agenzie fotografiche oggi. Le fotografie, realizzate nei primi anni Trenta del Novecento, sono una selezione ristretta di un corpus più grande, messo insieme da Arturo Quintavalle negli anni Settanta e acquisite dall’Università di Parma, a costituire uno dei primi nuclei archivistici su cui crebbe il CSAC. Il materiale prodotto dalla FSA non può essere considerato unitario da un punto di vista puramente fotografico, ma è il risultato di linguaggi molteplici e diversificati. Si è scelto qui di sottolineare l’attitudine narrativa di Dorothea Lange e la libertà di composizione di Ben Shahn, offrendo contemporaneamente la possibilità di un contatto con altri sguardi: la rimeditazione delle tradizioni iconografiche dell’Ovest di Arthur Rothstein; l’attenzione formale e l’ironia della Marion Post Walcott; lo snodo verso una scrittura più duttile in Jack Delano; il punto di vista afroamericano di Gordon Parks.

 

 

Le mostre di Marco Pesaresi e Davide Monteleone si offrono a un contatto profondo, di natura narrativa. Le fotografie, presentate in una mostra inedita, sono il risultato di un viaggio, raccontato da Marco Pesaresi anche attraverso i suoi diari, che molti esploratori dell’immagine conoscono come esperienza seminale: la lunga via ferroviaria della Transiberiana, da Mosca a Vladivostok. Tra questi, Davide Monteleone, fotografo e qui curatore della mostra, ha anch’egli percorso quello stesso tragitto, con stesse modalità ma con risultati esperienziali differenti. In un doppio livello narrativo, Monteleone restituisce il racconto di Pesaresi anche attraverso il suo sguardo e riferisce quelle parole pronunciate dal capotreno alla fine della corsa che entrambi, in tempi e forse in stati d’animo diversi, hanno udito e che sanciscono la fine di un viaggio e l’inizio di un cambiamento profondo.
Il viaggio attraverso il territorio caucasico non è per Davide Monteleone un’esperienza isolata. Dal 2001, Monteleone torna a più riprese nel territorio russo e in Cecenia, più recentemente, nel 2013, a dieci anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Cecena. Qui scopre una realtà sociale e culturale stratificata, complessa, dettagliata dalla progressiva rimozione di un’identità collettiva, che restituisce con il progetto Spasibo. I ceceni parlano una propria lingua messa al bando, praticano apertamente la religione islamica, proseguono tenacemente le proprie tradizioni e godono di una relativa libertà da Mosca. Eppure la Cecenia è ancora un’enclave della Federazione Russa. In questo contesto, tutto viene controllato dalle autorità in maniera sottile: la violenza fisica che aveva segnato gli anni del conflitto sembrano dissolti, sostituiti da una pressione ora psicologica, costruita sui fantasmi del terrorismo e della guerra.

 


Pratica artistica e insegnamento confluiscono in un unico, potente, atto di creazione. Mario Cresci, fotografo e pedagogo, racconta come «in questi ultimi anni, aiutato certamente dal rapporto continuo con i giovani, la scuola e l’insegnamento – inteso come laboratorio di ricerca e progetto nell’ambito della fotografia e del comportamento creativo a essa connesso» abbia liberato la mente e lo sguardo in ogni direzione del possibile e dell’immaginario, senza porre più confini. Un modo di intendere l’educazione che considera essa stessa come opera d’arte e che Cresci fa proprio nella pratica di insegnamento svolta presso ISIA di Urbino, nei bienni specialistici di Fotografia dei Beni Culturali e Comunicazione, Design e Editoria. Cresci presenta a SIFEST26 la mostra inedita In viaggio con Lauro Messori, esplorazione e ritrovamento dei provini a contatto realizzati in Iran tra il 1958 e il 1960 dal “geologo Agip” Lauro Messori, da cui Cresci inizia un “viaggio nel viaggio” e costruisce una cronistoria narrativa e simbolica, personalissima e una tra le tante possibili, che ripercorre le spedizioni di Messori a distanza di tempo, sovrapponendo il passato al presente.
E accompagna in mostra, in un continuo scambio e nutrimento a doppio senso, gli allievi dell’ISIA di Urbino, suoi studenti, che presentano il risultato di un percorso di ricerca sul progetto fotografico “in forma di libro”. Con la co-curatela di Paola Binante, docente e coordinatrice del corso di diploma, la mostra Equilibri. Dalla didattica al progetto con Mario Cresci presenta ventiquattro libri e tre video come risultato di un’opera più complessa, che vede nell’oggetto libro la possibilità di sperimentazione del linguaggio fotografico in rapporto ad altri media.

 


Confluenze di storie femminili tracciano un’altra linea di attraversamento del festival, con una mostra personale di Karen Knorr, artista di origini tedesche dalla biografia cosmopolita, la cui intera attività segna una parabola puntuale su questioni legate al patrimonio culturale e artistico, alla relazione che esso innesca con la soggettività femminile, con il sistema patriarcale e con la convivenza tra architettura, uomo e mondo animale. La mostra Migrations, a cura di Niccolò Fano, direttore di Matèria, propone la selezione di alcune fotografie tratte dalla vastissima serie India Song (2008-2017), a cui si affianca un’anteprima di Metamorphoses (2014-2017), lavoro più recente e in fieri, che guarda all’eredità e al patrimonio culturale italiano. Animali esotici si trasformano in personificazioni di personaggi femminili della storia indiana, mentre, in Europa, le metamorfosi sociali contemporanee si mescolano a storie pagane e cristiane del passato.

 


Ancora una storia di donna e di donne. Dal 2015, Donata Pizzi, già fotografa da oltre trent’anni, inizia una collezione, unica nel suo genere in Italia, composta da opere realizzate da circa cinquanta fotografe italiane appartenenti a generazioni diverse. In un’intervista pubblicata da Artribune in occasione della mostra L’Altro Sguardo. Fotografe italiane 1965-2015, presentata alla Triennale di Milano nel 2017, Donata Pizzi racconta ciò che ha appreso dalla pratica collezionistica: «Bisogna essere aperti al confronto con donne reali, dietro la fotografia. È stato nello scambio che la collezione è cresciuta e mi ha accresciuta, auto-organizzandosi, governando le proprie scelte attraverso linee di ricerca precise e non solo grazie allo sviluppo cronologico che la tiene insieme».

In una confluenza di immagini e di storie, la collezione conta opere dal 1965 al 2015, con fotografie di Letizia Battaglia, Giovanna Borgese, Lina Pallotta, Paola Agosti, Simona Ghizzoni, Isabella Balena, Francesca Volpi, Tomaso Binga e Lucia Marcucci, Marina Ballo Charmet, Paola de Pietri, Alessandra Spranzi, Marzia Migliora, Moira Ricci, Bruna Esposito.

 

 

 

Un racconto mediologico sulle confluenze tra passato e presente, quello di Stefano De Luigi. iDyssey combina due estremi della nostra storia, raccontando l’eredità più antica della cultura occidentale, l’Odissea, con il più moderno dei suoi media, l’iPhone. Percorrendo l’itinerario che da Troia ha condotto la narrazione dell’Odissea all’isola di Itaca, dodici tappe attraverso la Turchia, la Tunisia, l’Italia e la Grecia, iDyssey descrive ciò che rimane del mondo epico e racconta come il Mediterraneo, culla della cultura occidentale, abbia modificato il proprio aspetto e la propria sostanza. In questo viaggio, metafora dell’uomo del mondo come fu l’Odissea di Omero, incontriamo le idiosincrasie della contemporaneità, la crisi economica greca, le primavere arabe, la crisi della politica europea e i flussi migratori, scoprendo un contatto sottile eppure tangibile tra il nostro presente e un passato lontanissimo.

 

 
Radicato in un mondo primordiale, invece, il racconto di Pier Paolo Zani, fotografo amatore e maestro del bianco e nero romagnolo, a cui SIFEST26 rende omaggio. Le fotografie, abilmente stampate con un vero e proprio stile “alla Zani”, raccolte nella mostra Terre e uomini. Tra memoria e sentimento, a cura di Mario Beltrambini e Paola Sobrero, offrono percorso espositivo che guarda a quattro soggetti dell’opera di Zani (ritratto, mani, oggetti e paesaggi) e ne attraversa l’intera produzione, con fotografie realizzate entro e fuori la sua Romagna, a offrire una visione della ruralità che sembra infrangere confini territoriali e cronologici.