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I più bei ritratti di Nickolas Muray a Palazzo Ducale

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GENOVA. Una mostra monografica con oltre 200 foto di Nickolas Muray. E’ la proposta che offre Palazzo Ducale che offre, all’interno delle sue sale, un excursus fotografico di circa 40 anni a cominciare dai primi anni Venti, quando Muray ricette il suo primo incarico dalla prestigiosa rivista Harper Bazaar fino all’incarico di Vanity Fair per raccontare come il fotografo divenne uno dei più famosi ritrattisti d’America. La mostra, curata da Salomon Grimberg, è promossa dal Comune di Genova, prodotta e organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e MondoMostreSkira.

 

Nickolas Muray Anthony e  Cleopatra, Fredric March, Claudette Colbert, Cecil B. De Mille  Pubblicità della  Coca Cola, 1935  Stampa a carbone, cm 26.5 x 34.5 George Eastman House New York, USA
Nickolas Muray
Anthony e Cleopatra, Fredric March, Claudette Colbert, Cecil B. De Mille
Pubblicità della Coca Cola, 1935
Stampa a carbone, cm 26.5 x 34.5
George Eastman House
New York, USA

 

Dal 1920 al 1940 Muray fece oltre 10.000 ritratti di attori, ballerini, stelle del cinema, politici e scrittori. Tra le foto più famose ci sono quelle fatte a Marylin Monroe, Greta Garbo, Charlie Chaplin, Joan Crawford, Ruth St. Denis, Elizabeth Taylor, Carol Lombard, Anna Duncan, Marlene Dietrich, Martha Graham, Florence Reed, Gloria Swanson e Claude Monet a cui si affiancano immagini pubblicitarie divenute vere e proprie icone del suo stile. Nel 1930 e per molti anni ancora i suoi lavori pubblicitari, i primi a colori, apparvero sui più noti magazine americani. Grazie alla tecnica carbro (con pigmenti di colore al carbone) Muray riuscì a stampare delle perfette fotografie a colori che lo hanno reso un maestro di questa tecnica.

 

Nickolas Muray Elizabeth Taylor, 1948 ca Stampa a carbone, cm 42.8 x 31.8 George Eastman House New York, USA
Nickolas Muray
Elizabeth Taylor, 1948 ca
Stampa a carbone, cm 42.8 x 31.8
George Eastman House
New York, USA

 

Tra le vicende e le frequentazioni di Muray, una delle più significative fu l’incontro con Frida Kahlo nel 1931 in Messico; incontro che sfociò in una storia d’amore lunga dieci anni e in un’amicizia che durò fino alla morte della grande artista messicana nel 1954. Nel corso della loro trentennale relazione numerosissimi furono gli scatti che Muray fece a Frida, molti dei quali in mostra anche a Genova.

I lavori di Nickolas Muray hanno ispirato molti altri artisti, tra i quali Irving Penn, Diane Arbus e Annie Leibovitz. Il suo stile unico e le sue tecniche innovative hanno posto Muray tra i grandi maestri della fotografia del XX secolo.

 

Nickolas Muray Donna in cella, che gioca a solitario, 1950 ca,  Stampa a getto d’inchiostro da scansione digitale con ritocco dei colori della diapositiva a colori originale, stampata nel 2014,  cm 23.4 x 20.5 George Eastman House New York, USA
Nickolas Muray
Donna in cella, che gioca a solitario, 1950 ca,
Stampa a getto d’inchiostro da scansione digitale con ritocco dei colori della diapositiva a colori originale, stampata nel 2014, cm 23.4 x 20.5
George Eastman House
New York, USA

 

Nickolas Muray (1892-1965) era “un uomo per tutte le stagioni”. Ungherese di nascita, a ventuno anni emigrò negli Stati Uniti portando con sé la ferma convinzione che avrebbe fatto qualcosa di memorabile. Al momento della sua morte, sembrava avesse fotografato tutto e tutti – dai presidenti alla zuppa di piselli. La maggior parte degli americani conosceva le sue fotografie, se non il loro creatore. Muray aveva una fama internazionale pari a quella di un campione olimpico di scherma; lui invece era un pilota e un amante delle donne. Dotato di abbondante talento, grande fascino personale, bell’aspetto e sconfinate doti creative, riuscì comunque a vivere seguendo la sua natura di uomo riservato. Nell’agosto del 1913, con venticinque dollari in tasca, un vocabolario inglese di una cinquantina di parole e una determinazione implacabile, Miklós Murai arrivò a Ellis Island, dove divenne Nickolas Muray. Nel 1920, Nick si era già trasferito al 129 di MacDougall Street, nel Greenwich Village, dove viveva e lavorava. La mostra allestita in una piccola galleria d’arte a due passi da casa richiamò l’attenzione sui suoi ritratti. Ben presto le fotografie di Muray furono pubblicate sul “New York Tribune”, e lui venne ingaggiato dalla rivista “Harper’s Bazaar” per fotografare la star di Broadway Florence Reed. Lo stile evocativo dei suoi ritratti dall’effetto flou fece immediatamente scalpore, tanto che Nick si ritrovò ben presto a fotografare tutti quelli che contavano: attori, ballerini, star del cinema, politici e scrittori. Muray era molto richiesto anche come fotografo commerciale per la pubblicità, la moda, il design di interni. Molti dei suoi clienti, inizialmente attratti dall’eccellente qualità delle fotografie di Nick, lo raccomandavano ad altri o tornavano da lui sedotti dalla sua personalità vincente. Nickolas Muray era un uomo pieno di charme, che faceva innamorare le donne e suscitava negli uomini il desiderio di essere suoi amici. Così divenne il più acclamato fotografo di moda e di vip degli anni Venti. Lo studio nel sottotetto di Nickolas Muray avrebbe potuto essere quello di ogni altro artista, in qualsiasi altra parte del mondo: muri intonacati di bianco, una tenda di velluto nero, una sedia da cucina dipinta di verde. Sull’alto soffitto a spiovente si apriva un lucernario a scomparti munito di tende che potevano essere tirate per modulare la luce e ottenere l’effetto desiderato. Dietro la scrivania ingombra di pile di carte e di un insieme disordinato di oggetti disposti a caso, c’era un camino su cui erano appesi alcuni dei ritratti preferiti di Nick. Un angolo della stanza era occupato dalla camera oscura, adiacente alla stanza da letto, usata come spogliatoio. In questo studio, Nick Muray escogitò un metodo che avrebbe usato durante tutta la sua carriera: quello di intrattenere i modelli in modo da non permettere loro di capire quando avrebbe scattato la fotografia. Conversando con fare amichevole e in tono amabile, portava abilmente il discorso sui loro interessi, aspettando il momento giusto per scattare la foto e utilizzando un otturatore silenzioso per non creare distrazioni. Quando aveva ottenuto l’immagine che voleva, diceva: “Touché”. Nick descrive così il suo modo di creare il ritratto a partire da un’intuizione: “Un fotografo deve vedere la sua immagine prima di riprenderla. Deve sapere che cosa la macchina registrerà sia prima di schiacciare la pompetta, sia quando la lastra è sviluppata. Non ogni espressione, non ogni posa è un’immagine, bisogna aspettare quella giusta e riconoscerla quando arriva […]”. Il 1921 fu un anno fondamentale per Nick. Frank Crowninshield di “Vanity Fair” lo incaricò di fotografare personaggi famosi del mondo dell’arte. Nick immortalò oltre 350 soggetti per la sola rivista. Alla fine degli anni Venti, aveva realizzato oltre 10.000 ritratti. Nel 1931, sul numero di maggio del “Ladies’ Home Journal”, Nickolas Muray fece storia, pubblicando per la prima volta una fotografia a colori naturali in una rivista americana. Il reportage si intitolava Moda parigina per l’estate. 
La scelta del colore naturale era stata involontariamente dettata dal Crollo della Borsa del ‘29, che costrinse Nick a rivalutare la sua professione per poter sopravvivere a quei tempi duri. Fino a quel momento, le pubblicità a colori sulle pagine delle riviste erano dipinte a mano dagli illustratori, e l’uso della fotografia a colori naturali sembrava al di là da venire. I quattro anni di formazione e di lavoro in Germania prima di arrivare in America avrebbero ripagato Nick in modi che non poteva prevedere.
Con l’ausilio di una Jos-pe Tri-Color one-shot dotata di tre lastre di vetro, filtri per l’esposizione da montare su una lente, e il procedimento di stampa carbro, in grado di rendere oggetti e incarnati con una fedeltà cromatica mai vista prima, Nick divenne il fotografo commerciale per eccellenza. Gli americani cominciavano a diventare dei consumatori di massa, con un appetito insaziabile di beni, servizi e svaghi. L’acquisto di prodotti di massa era alimentato da campagne pubblicitarie senza precedenti, che creavano nella mente di un’intera popolazione il bisogno di lussi “necessari”. Il nuovo era meglio, il vecchio da buttare via. La concorrenza era spietata, e le aziende cominciavano ad affidare sempre di più ai fotografi le loro campagne pubblicitarie. A posteriori, un giornalista ha osservato: “Per gli standard dell’epoca, le donne delle sue foto erano più belle di quelle reali, le sue tavole imbandite più scintillanti, le sue pietanze più prelibate, i suoi atleti americani più solidi e scolpiti di quanto qualsiasi essere umano potrebbe sperare di essere”. Un giorno, al culmine del successo, Nickolas Muray esclamò: “Quello che voi sognate, noi lo fotografiamo – fa parte del lavoro!”. Durante la sua vita Muray praticò la scherma ai più alti livelli, malgrado la sua impegnativa attività lavorativa, trovò sempre il tempo di allenarsi e di partecipare a numerose gare. Fu campione statunitense di sciabola nel 1928 e nel 1929 e rappresentò gli USA alle Olimpiadi nel 1928 e nel 1932. Nickolas Muray morì a New York il 2 novembre del1965 durante un allenamento. Al momento della sua morte erano più di sessanta le medaglie vinte in gara e fu ricordato come “ Uno dei venti più grandi schermitori della Storia Americana”.

 

Nickolas Muray Frida Kahlo a New York, 1946 Stampa carbografica inchiostrata, cm 46x33,7 Cuernavaca, The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art Photo by Nickolas Muray © Nickolas Muray Photo Archives
Nickolas Muray
Frida Kahlo a New York, 1946
Stampa carbografica inchiostrata, cm 46×33,7
Cuernavaca, The Jacques and Natasha Gelman
Collection of 20th Century Mexican Art
Photo by Nickolas Muray © Nickolas Muray
Photo Archives

 

Nickolas Muray e Frida Kahlo. Nickolas Muray amò tante donne nella sua vita, ma non riuscì mai a dimenticarne una – come si scoprì solo molti anni dopo la sua morte. Questa donna, che amò in modo più profondo, appassionato e riservato di tutte le altre, era Frida Kahlo. Nick aveva conosciuto Frida nel maggio del 1931 durante un viaggio a Città del Messico, dove si era recato per incontrare l’amico Miguel Covarrubias e Rosa Rolando, che di recente era diventata sua moglie. La passione di Miguel per quello straordinario paese aveva affascinato Nick, il quale probabilmente aveva atteso con ansia il momento in cui avrebbe visitato il Messico insieme all’amico, guardando quella terra attraverso i suoi occhi. Tra tutte le sorprese che il Messico – ne era certo – aveva in serbo per lui, non avrebbe mai immaginato di trovare Frida Kahlo. Quando s’incontrarono, Frida non aveva ancora maturato la personalità, né creato l’iconografia per cui sarebbe divenuta celebre, anche se era sulla buona strada. Il suo Autoritratto con collana di spine divenne la presenza dominante nel salotto della casa di Nick. Era una presenza inquietante, che non si poteva evitare, eppure lui teneva molto a quel quadro e non si sognava neppure di disfarsene. Nick lo aveva acquistato – fresco di cavalletto – da Frida stessa nel 1940, l’anno in cui la pittrice divorziò dal marito, il muralista messicano Diego Rivera, dopo dieci anni di matrimonio. Frida si era comportata in modo tale da indurre Nick a credere che lo avrebbe sposato non appena risolta la faccenda del divorzio, ma questo non avvenne. Il primo incontro tra Nick e Frida fu un caso fortunato: anziché rimanere con Diego a San Francisco, com’era previsto, Frida era partita per il Messico alcuni giorni prima di lui. Quando Diego ritornò a casa, Nick era già ripartito per New York con una lettera in cui Frida gli scriveva: “Nick, ti amo come amerei un angelo. Sei un fiore nella valle, amore mio. Non ti dimenticherò mai, mai, mai. Sei tutta la mia vita. Spero non lo dimenticherai, Frida”. È l’inizio di una storia d’amore che durerà dieci anni. Nell’estate del 1941, Nick chiuse il cerchio immortalando il loro ultimo momento di intimità in uno splendido autoritratto a due nello studio di Frida, circondati dall’universo di lei. In questa immagine Nick raffigura tutta la loro storia come una contrapposizione di oggetti – e di sguardi. Frida è seduta accanto al cavalletto con l’autoritratto Io e i miei pappagalli; i suoi occhi dall’espressione triste non guardano il compagno, ma sono rivolti verso l’obiettivo. Invece Nick, in piedi dall’altra parte del cavalletto, fissa su di lei uno sguardo innamorato.

 

 

Nickolas Muray Marilyn Monroe…Attrice, 1952 Stampa a carbone, cm 47.6 x 37.6  George Eastman House New York, USA
Nickolas Muray
Marilyn Monroe…Attrice, 1952
Stampa a carbone, cm 47.6 x 37.6
George Eastman House
New York, USA

 

Nickolas Muray e Marilyn Monroe. Non sappiamo con certezza quando Nickolas Muray iniziò la sua relazione con Marilyn Monroe, ma dai documenti in nostro possesso si capisce che ebbero un rapporto di natura personale, oltre che professionale. Nick fotografa Marilyn più volte, presentandola ora come una ragazza di campagna, con una camicetta scollata e un cesto di mele rosse, ora come un’odalisca in abito di pizzo nero, su una chaise longue di fronte a una composizione di frutta. Quando la ritrae seduta su una poltrona di satin grigio, in costume da bagno blu e scarpe con la zeppa di lucite trasparente, sistema un libro sotto il cuscino della seduta in modo che la testa della diva si trovasse più in alto rispetto allo schienale –più semplice che andare a cercare una poltrona con lo schienale più basso. In un’altra sessione, la riprende in pose che suggeriscono una complicità erotica tra il fotografo e la modella: con la punta di un dito infilata nel cerchio dell’orecchino; con le spalle nude e una mantilla spagnola, il dito indice appoggiato tra i seni; seduta con le gambe aperte e le pieghe della sottile gonna di seta che vi ricadono in mezzo. In una seconda versione di quest’ultima fotografia, Marilyn ha davanti una composizione di frutta e tiene le mani unite sul petto, formando una V con l’indice di una mano tra il pollice e l’indice dell’altra. L’amicizia particolare tra Nick e Marilyn fu scoperta solo dopo la morte del fotografo, quando la moglie Peggy trovò nel suo portafogli una fotografia dell’attrice nuda, con la dedica: “A Nick, è stato un vero piacere (lavorare) con te. Spero di rifarlo presto. Marilyn”. Se Peggy ebbe qualche dubbio sul rapporto che suo marito aveva avuto con Miss Monroe, era troppo tardi per fare domande. La fotografia che trovò era una copia del famoso scatto di Tom Kelley del 1949: il nudo a figura intera di Marilyn Monroe sdraiata su un drappo di velluto rosso. Era la fotografia di un calendario che l’autore intitolò A New Wrinkle, uno dei due scatti più celebri della storia di Hollywood; alla metà degli anni Cinquanta, il calendario aveva venduto oltre otto milioni di copie. L’altro scatto, Golden Dreams, è quello in cui Marilyn è seduta, con la testa rovesciata all’indietro e le gambe piegate. La scoperta della fotografia e della dedica scatenò una ridda di interrogativi senza risposta: in quale anno Muray la ricevette? In quali circostanze? Fu lui a chiederla o si trattò di un dono spontaneo? Perché proprio quell’immagine e perché Muray la teneva discretamente nel portafogli, lontana da sguardi altrui? Marilyn Monroe era già morta da tre anni.

 

Nickolas Muray Douglas Fairbanks Jr. e Joan Crawford, 1929 Stampa in gelatina d’argento, cm 27 x 34.4 George Eastman House New York, USA
Nickolas Muray
Douglas Fairbanks Jr. e Joan Crawford, 1929
Stampa in gelatina d’argento, cm 27 x 34.4
George Eastman House
New York, USA

 

Nickolas Muray e Claude Monet. Nel 1926, quando “Vanity Fair” lo mandò in Europa per fotografare molti personaggi famosi – tra cui Sir Hall Caine, Jean Cocteau, John Galsworthy, Claude Monet, George Bernard Shaw, Ferenc Molnár e H.G. Wells – Nick aveva trentaquattro anni. Si annunciò per lettera e ricevette una conferma da tutti, tranne da Monet.
 “Il grande impressionista era l’unico dei miei futuri modelli che non aveva risposto alle lettere e ai telegrammi in cui gli chiedevo un appuntamento. All’epoca aveva ottantasei anni e – come avremmo scoperto in seguito – non avrebbe visto la primavera successiva (era il 1926). Ma i fotografi sono ostinati per definizione, e io non facevo certo eccezione. Cenando con un amico a Parigi, gli parlai della cosa. Venne fuori che l’amico possedeva un’automobile. Protestando che “non era una cosa da fare”, mi accompagnò comunque a casa di Monet a Giverny. Suonammo il campanello. Un’infermiera uscì dicendo che Monet era malato e non poteva ricevere visite, figuriamoci posare per me. Il mio francese era meno che scarso, così intervenne il mio amico, in un perfetto stile gallico. Chiese all’infermiera di dire a Monet che ero venuto dopo essermi annunciato con lettere e telegrammi, che lui doveva per forza aver ricevuto. Lei tornò e disse che M. Monet era troppo malato per essere disturbato. Questa volta il mio amico parlò molto più a lungo, spiegandole che avevo fatto un viaggio di cinquemila chilometri apposta per fotografare il maestro; la seduta avrebbe preso solo pochi minuti del suo tempo; le generazioni future avrebbero apprezzato una simile immagine del grande pittore, ecc. La povera donna, sopraffatta dal tono e dalla lunghezza dell’arringa, si allontanò di nuovo e questa volta tornò con Monet in persona. Per me era come incontrare un dio dell’Olimpo. Sono sempre stato un adoratore dell’arte, e quel magnifico vecchio così fotogenico era il più grande pittore vivente. Anche se non sembrava malato, aveva l’aria stanca. Dopo averci salutato si sedette su una panchina e io mi misi al lavoro senza indugio. Dopo un po’ mi chiese quando avrei iniziato a fare le fotografie. Gli spiegai che ne avevo già fatte più o meno una mezza dozzina. Monet disse che non era possibile: non gli avevo detto dove guardare e non aveva sentito nessun click. Gli spiegai che avevo un “otturatore silenzioso” e gli mostrai la pompetta che avevo tenuto dietro la schiena – quando la schiacciavo, l’otturatore si apriva e chiudeva, con un’esposizione di un quinto di secondo. Aveva notato i miei traffici con i portapellicola, ma non si era accorto che avevo scattato le fotografie. Rise per quello che chiamò “un bel trucco” e si rilassò assumendo un atteggiamento di assoluta cordialità. Ci condusse al famoso stagno delle ninfee, che aveva raffigurato spesso nei suoi quadri, e io feci altre fotografie, di lui e dello stagno. La seduta era finita da un pezzo quando finalmente l’infermiera uscì con gli occhi fiammeggianti chiedendo che lasciassimo riposare Monet. E lui mi ringraziò addirittura per quella che, disse, era stata una parentesi piacevolissima”. (Nickolas Muray)

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