A Visual Activist: la mostra di Muholi a Milano

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Da 10 anni Muholi è una delle voci più interessanti del Visual Activism. La sua arte indaga instancabilmente temi come razzismo, eurocentrismo, femminismo e politiche sessuali ed è in continua trasformazione.

Usa scultura, pittura, immagine in movimento per parlarne, ma è con la fotografia – e in particolare con la serie di autoritratti iniziata nel 2012 e ancora in corso – che Muholi riceve il plauso planetario, in un crescendo di mostre nei più prestigiosi musei del mondo. Tutti celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere, con movimenti d’opinione che seguono la sua voce e la nascita della sua fondazione “Muholi Art Foundation” per la promozione dei giovani artisti neri.

Quello che vuole trasmettere è un messaggio che arriva forte e chiaro.

“… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità perché, prima di tutto, tu sei”.

Muholi Julile I. Parktown, Johannesburg, 2016 © Zanele Muholi
Muholi Julile I. Parktown, Johannesburg, 2016 © Zanele Muholi

A Visual Activist: Muholi a Milano

Muholi. A Visual Activist è il progetto attraverso cui il Mudec di Milano porta in Italia una selezione di oltre 60 immagini. La mostra, curata da Biba Giacchetti, presenta scatti magnetici e di denuncia sociale che spaziano dai primissimi autoritratti realizzati ai più recenti lavori, tratti dal progetto artistico di Muholi, in costante evoluzione.

Muholi esplora e dà voce all’Africa nera e ai drammi degli ultimi, degli emarginati, e attraverso la sua arte porta il suo messaggio all’attenzione di un Occidente spesso poco consapevole della violenza di genere, ancora attuale.

Un messaggio da trasmettere, in prima persona

Muholi è oggi ambassador della comunità LGBTQIA+ e si espone in prima persona. Ogni immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista commuove, denuncia, inquieta lo spettatore, mentre oggetti di uso comune, ripresi in maniera fortemente simbolica, sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo trasfigurandolo, raccontandoci ‘altro’, costringendoci a guardare fisso negli occhi di Muholi, sostenendo il suo sguardo per andare oltre il primo livello di lettura dello scatto.

La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto, a dispetto della scelta del partner o del colore della pelle, e del genere con cui si identifica.

Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi, e combattere.

Muholi Aphelile X. Durban, 2020 © Zanele Muholi
Muholi Aphelile X. Durban, 2020 © Zanele Muholi

Perché l’autoritratto? La scelta di Muholi ha origini lontane

Per comprenderne la genesi e osservare il fluire in costante divenire della voce di Muholi, si deve fare un passo indietro e ripercorrere la biografia di questo personaggio affascinante ed eclettico.

Zanele Muholi nasce nel 1972 in Sudafrica durante il periodo dell’apartheid, plasmata dalla violenza di quel regime e dalle sanguinose lotte per la sua abolizione. Presto si deve confrontare con le ulteriori violenze riservate alla comunità LGBTQIA+, di cui fa parte. Violenze morali e fisiche, torture accompagnate spesso da sevizie e morte. Per dieci anni Muholi combatte contro l’occultamento dei fatti e documenta fotograficamente gli orrori e gli assassini di innocenti, condannati a causa del proprio orientamento sessuale.

La prima serie di scatti artistici di Muholi documenta i sopravvissuti a crimini d’odio che vivevano in tutto il Sudafrica e nelle township. Sotto l’apartheid, infatti, furono istituite township separate, ovvero ‘aree residenziali’ segregate per le persone nere che venivano ‘sfrattate’ dai luoghi designati come “white only”. Qui venivano perpetrate violenze di ogni tipo, tra cui la pratica dello ‘stupro correttivo’, contro la comunità LGBTQIA+.

Il cambiamento politico, il furto e la reazione

Negli anni Novanta il Sudafrica intraprese un cambiamento politico significativo. La democrazia venne stabilita nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, seguita da una nuova costituzione nel 1996, la prima al mondo a bandire la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Nonostante questi progressi, la comunità nera LGBTQIA+ rimane ancora oggi uno degli obiettivi principali della violenza più brutale in Sudafrica.

Il 2012 è un anno particolarmente doloroso nel percorso di vita e artistico di Muholi. La sua lotta documentativa si interrompe bruscamente con un furto intimidatorio di tutti i suoi file non pubblicati. Muholi prova uno strazio indicibile che, unito al ricordo di tutto il dolore che ha documentato, porta l’artista quasi a cessare di esistere.

È in questo momento che Muholi reagisce, decide che la sua lotta personale deve continuare, ma in altri termini. Gira la macchina fotografica verso di sé piuttosto che verso gli altri, decidendo così di esporsi in prima persona. Rinuncia alla propria identità di genere per rappresentare un’identità collettiva che dia voce alla comunità nera omossessuale attraverso la fotografia, e in particolare l’autoritratto. La macchina fotografica diventa così per Muholi un’arma di denuncia e contemporaneamente di salvezza.

« […] not many photographers like to see themselves in front of the camera. It takes me to spaces where I’m uncomfortable the most. I get to have conversations with myself in ways that I’ve never done before, which is another way of healing. » (… non molti fotografi amano mettersi davanti alla macchina fotografica. Mi porta in spazi in cui mi sento più a disagio. Riesco a conversare con me stess* in modi che non ho mai fatto prima, il che è un altro modo di guarire).

Muholi Bester I. Mayotte, 2015 © Zanele Muholi
Muholi Bester I. Mayotte, 2015 © Zanele Muholi

L’autoritratto: dal contesto allo sguardo

Nasce così nel 2012 il progetto artistico “Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness (Ave Leonessa Nera)”, la serie di scatti fotografici che il Mudec ha deciso di ospitare in questa mostra italiana, diventati anche un volume pluripremiato; un secondo volume è in corso di pubblicazione.

Da allora Muholi produce con costanza e coerenza una serie di potenti autoritratti, che stregano il pubblico in modo trasversale.

C’è un’ossessività di fondo nell’arte di Muholi, dettata dalla potenza del suo messaggio artistico e di attivista che traspare dalla serialità assoluta dei suoi autoritratti, e dalla scelta della tecnica fotografica, in cui la preparazione allo scatto – totalmente non post prodotto – è già performance artistica.

Muholi sceglie ogni volta con cura meticolosa e costante il setting e la luce, prepara il soggetto allo scatto in maniera rigorosa e ossessiva, lavorando sui contrasti cromatici bianco-nero, ponendo a nudo il proprio corpo.

E infine il ‘contesto’ dell’autoritratto: Muholi si mette in scena con l’uso surreale e metaforico di oggetti di semplice quotidianità. Copricapi fatti di soldi, collane ricavate da cavi della luce, mollette in testa e corone fatte di pneumatici, pinze e cordami vari interpretati come turbanti e sciarpe sono sempre utilizzati e indossati sul suo corpo in pose di sorprendente bellezza che ricordano spesso – a un primo sguardo superficiale – il fashion style di certe copertine patinate di moda.

Appunto, lo sguardo, fondamentale veicolo di un messaggio ‘altro’, di un atto di denuncia. I suoi occhi guardano spesso dritto in camera. Attraverso un’immagine familiare eppure distorta, Muholi invita il pubblico ad andare oltre quello sguardo ipnotico, a superare il primo livello di lettura dell’autoritratto, per riflettere attraverso la “blackness” del suo corpo – sull’identità nera collettiva, con un effetto che sorprende per la forza evocativa del messaggio.

Muholi Ziphelele Parktown, Johannesburg, 2016 © Zanele Muholi
Muholi Ziphelele Parktown, Johannesburg, 2016 © Zanele Muholi

La denuncia

Muholi rievoca l’Africa nera esotica attraverso il primo sguardo ‘patinato’, ma a un secondo livello di lettura ci si accorge della rivisitazione in chiave di denuncia, spesso delle torture e sevizie subite dalle comunità nere LGBTQIA+.

È così che succede nell’opera Ziphelele (Parktown, Johannesburg, 2016) dove l’uso degli pneumatici d’auto come collane rimanda alla tortura della collana, un metodo di esecuzione sommaria extragiudiziale eseguita stringendo uno pneumatico di gomma inzuppato di benzina attorno al petto e alle braccia di una vittima e dandogli fuoco. Il termine “collana” ha avuto origine negli anni ’80 nelle township nere del Sud Africa dell’apartheid, dove sospetti collaboratori dell’apartheid venivano giustiziati pubblicamente in questo modo.

I suoi scatti intavolano una conversazione ininterrotta con il mondo per denunciarne i soprusi, la violenza, l’ingiustizia a ogni possibile livello. Un discorso senza fine sulle proprie emozioni, sull’ingiustizia da correggere, sull’educazione da offrire alle nuove generazioni affinché le cose cambino, come nello scatto Ntozakhe II (Parktown, Johannesburg, 2016), dove lo sguardo di Muholi è rivolto in avanti, oltre, verso un futuro di speranza e di libertà.

Muholi. A Visual Activist
DoveMudec, via Tortona 56, Milano
Quandofino al 30 luglio
OrariLunedì dalle 14,30 alle 19,30. Martedì, mercoledì, venerdì, domenica dalle 9,30 alle 19,30. Giovedì e sabato dalle 9,30 alle 22,30
IngressoIntero 12 euro; ridotto 10 euro
Infowww.mudec.it
The Mammoth's Reflex
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Fotografia Europea 2024

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