Dentro il ritratto. Intervista a Guido Harari

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L’edizione 2013 del Festival Internazionale di Fotografia Photolux, svoltasi lo scorso dicembre a Lucca, ha ospitato nel suo programma anche il workshop Il ritratto come incontro. A curare la full immersion, Antonio Manta e Guido Harari autore, quest’ultimo che abbiamo intervistato proprio in quella occasione, rubandolo per un’ora ai suoi allievi. Harari – nato in Egitto nel 1952 – è fotografo, critico musicale e da qualche anno, anche gallerista. Infatti, nel 2011 ad Alba (CN), ha aperto la Wall of Sound Gallery dedicata interamente alla musica ripresa dai più grandi fotografi a livello mondiale.

La tournée della sua vita lo ha visto sul palco e dietro le quinte delle più importanti, coinvolgenti, struggenti e graffianti voci della musica italiana e internazionale.

Ma Harari è anche un raffinato ritrattista: nei dettagli e nelle geometrie di un viso sa cogliere la nota più profonda, un richiamo sopraffino all’identità del volto fotografato. Non stupisce quindi sapere che, durante la sua carriera, lunga oltre quarant’anni, Guido ha fotografato l’ovale di molte celebrity rendendolo ogni volta, libero di fronte alla fotocamera, e mostrandolo vero, “nudo”, senza orpelli o timori reverenziali.

 

Guido Harari - Guido Harari e Lou Reed © Wall of Sound
Guido Harari – Guido Harari e Lou Reed © Wall of Sound

 

Cosa trovi nei volti che fotografi?

Annie Leibovitz dice che la cosa più difficile è entrare nelle forme del viso dei soggetti che fotografa. Per me è esattamente l’opposto: devo, voglio entrare nelle geometrie dei volti. Senza nessuna distrazione. Dentro il ritratto, quindi, trovo l’anima del fotografato, ma il ritratto diventa anche specchio di se stessi.

Anche grazie all’ausilio di ottiche grandangolari…

…Ma non troppo. Ad esempio, il 24mm deformerebbe eccessivamente l’ovale del volto, a mio avviso. Anche se, la lezione di Irving Penn non è andata persa. Tra l’altro, le focali corte permettono di rimanere vicino al soggetto e, quindi, di comunicare, toccare, cambiare le cose.


Tempo fa in un’intervista hai detto che preferisci non farti fotografare, ma stare dalla parte del mirino. Come reagisci, invece, a questa dilagante moda del selfie?


Mah, io preferirei farmi fotografare da Francis Bacon, che è un grane fotografo. Tu mi dirai che era un pittore. Sì, è vero, ma in molti dipinti Bacon ha usato una tecnica fotografica che in natura non esiste: il mosso. Lo so che è impossibile, ma se potessi scegliere, mi piacerebbe un bel ritratto fatto da Bacon! Tornando al selfie, diciamo che il famoso “quarto d’ora di notorietà” di Andy Warhol è diventato un never ending, assecondato e ospitato nei social network, dove si riversa quotidianamente un magma di immagini. A me questo flusso non interessa: se c’è qualcosa da raccontare, allora ben venga l’autoritratto, però a volte è solo un narcisismo sterile. Emblematico di ciò che intendo è il modo con il quale Cindy Sherman si calava in altre personalità che, a livello fotografico, rappresenta il concetto di eteronimia adottato dallo scrittore portoghese Fernando Pessoa, che costruì varie identità diverse fra loro e, per scrivere, le incarnava una alla volta. Era un gioco raffinatissimo a livello letterario. Questo è interessante, non un selfie fine a se stesso.

 

Guido Harari - Frank Zappa © Guido Harari / Wall of Sound
Guido Harari – Frank Zappa © Guido Harari / Wall of Sound

Distanze da icona, vicinanze da musicista.

I grandi fotografi di Hollywood, come George Hurrell per dirne uno, creavano con le loro immagini icone irraggiungibili perché i divi del cinema dovevano impersonare il principio di distanza. In questo concetto, c’è un elemento psicologico molto forte: il divo è, per definizione, irraggiungibile. Tale tensione migliora il rapporto col pubblico in senso seduttivo perché l’attore diventa un ideale. Ma parliamo del cinema di tanti decenni fa.

Tutto ciò, infatti, si è trasformato in un illimitato snobismo: oggi, sei qualcuno se permane intorno a te l’alone di irraggiungibilità. Se ti metti sullo stesso piano del pubblico, invece, perdi credibilità. L’esempio più eclatante di questa pseudo-filosofia, secondo me, è Lady Gaga. Il discorso che lei ha fatto è questo: “Se mi pongo come diva, non metto in luce la mia vera essenza, mi rendo interessante perché resto indecifrabile, vengo percepita come un mistero”. Ma dietro questo mistero, cosa c’è?

Hai fotografato le rockstar così come i personaggi che hanno dato lustro al Made in Italy nel mondo, ma non i politici, a parte Andreotti. Per quale ragione?

Perché i politici cambiano, mentre la politica non cambia mai…

Tuttavia, se dovessi scegliere un politico, sia pure forzandoti, chi fotograferesti oggi?

Credo che nel poco tempo a disposizione su questa Terra ci siano molte altre persone interessanti con cui passare il tempo e alle quali scattare foto.

Quando guardo i ritratti di Arnold Newman, fotografo americano che amo moltissimo, nei suoi cardinali, negli imperatori, o nei presidenti c’è un’epicità che si origina non dalla riverenza, ma dall’osservazione della reale statura della persona che hai davanti. Il problema è che di personaggi del genere non ce ne sono più. Mandela è stato uno degli ultimi di cui ricordiamo la presenza forte e reale nella storia del mondo.

Nel corso degli anni ho fotografato personaggi famosi perché avevo voglia di conoscere la persona dietro il personaggio. E così mi succede pure con la gente comune. Ad esempio, se vedo un cacciatore di tartufi, che ad Alba è chiamato trifulau, e questo ha un viso intrigante, mi nasce ugualmente l’interesse a indagare sulla sua identità attraverso la fotografia!

 

 Guido Harari - De Andrè © Guido Harari / Wall of Sound
Guido Harari – De Andrè © Guido Harari / Wall of Sound

 

La musica ti ha condotto alla fotografia. Fra le due c’è sempre stato un buon rapporto dentro di te, o in qualche modo una supera l’altra?

Sono due passioni cresciute di pari passo sin da quando ero piccolo. La fotografia è nata guardando mio padre che, pur non essendo un fotografo professionista, aveva un particolare gusto estetico e una notevole capacità di cogliere i momenti salienti della vita della nostra famiglia. Lavorava con una medio formato a soffietto che era l’anello di congiunzione fra il banco ottico e la moderna reflex. Guardando il gusto che lui aveva di fissare il racconto della nostra vita, e ascoltando la musica che avevo nelle orecchie e nell’anima, a un certo punto le due passioni si sono mescolate. Dopotutto, quando guardavo le copertine dei dischi cosa vedevo se non delle fotografie? Insomma, ascoltavo e vedevo. Poi mi sono anche detto: “Sono un fan che usa la fotografia per avvicinare i musicisti o sono un fotografo?” Allora ho voluto spaziare anche in altri ambiti fotografando altri soggetti come scrittori, scienziati, sempre trasportato dalla curiosità di andare oltre ciò che era facilmente visibile. Quando ho accettato di fotografare Giulio Andreotti per una campagna pubblicitaria, l’ho fatto per il desiderio di stare con questo politico nello stesso metro quadrato per mezz’ora, fomentato dalla voglia di scoprire chi fosse il mio interlocutore, cosa avrebbe rivelato di sé nel tempo a disposizione per fotografarlo.

Sono più contento se fotografo uno psicologo, uno scienziato, uno studioso piuttosto che un calciatore, perché a me dello sport interessa poco. Preferisco più l’arte e il pensiero. Però, se devo fotografare degli sportivi, come ho fatto per la rivista Sport Week, cerco di capire che cosa posso portare io in quel mondo. In questo modo lo shooting diventa una scommessa.

Qual è la “colonna visiva”, se così si può dire, della tua vita?

Una tra tante che ha inciso sul mio modo di vedere è la foto di Annie Leibovitz scattata a John Lennon. Risale agli anni Settanta, quando Annie era ancora una fotografa dilettante: in America era da poco in circolazione il mensile Rolling Stone, all’epoca poco più di una fanzine pubblicata su carta da quotidiano. Annie aveva portato in redazione alcune sue foto che erano piaciute. Così, le avevano assegnato un servizio fotografico: doveva fare un ritratto di John Lennon che aveva inciso Plastic Ono Band, il suo primo disco da solista. In quel momento Lennon era molto punk, ribelle, aveva voltato le spalle al mito dei Beatles ed Annie lo fotografò frontalmente, su pellicola 35mm, in luce ambiente, con la barba, gli occhiali e indosso la sua salopette di jeans, con lo sguardo diretto che non concede nulla. Praticamente un uomo nudo. Non era la prima foto di musica che vedevo, avendo macinato tanti dischi la mia fantasia era piuttosto rodata. Però, quando vidi quella foto di Annie, pensai fra me e me, che quello era l’approccio all’immagine che avrei voluto utilizzare per le mie foto. Volevo arrivare davanti al musicista o alla persona – perché poi ho allargato il mio campo d’azione ad altri ambiti, non prettamente musicali – capire chi fosse veramente e non limitarmi a fare il fan che consuma un disco o va a un concerto.

 

Loredana De Pace
Loredana De Pace
Giornalista pubblicista, curatrice indipendente e quando sente di avere qualcosa da dire, anche fotografa. Dal 2004 scrive per la testata FOTO Cult – Tecnica e Cultura della Fotografia, è autrice del libro TUTTO PER UNA RAGIONE. Dieci riflessioni sulla fotografia (ed. emuse, 2017). Fa parte dell’associazione culturale FareFotografia. Collabora con vari media on line, sempre dedicati alla cultura e alla fotografia.

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