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Tra bianco e nero e colore. Eriberto Guidi raccontato da Simona Guerra e Lisa Calabrese

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Eriberto Guidi. Sconfinamenti Fotografici è il titolo della mostra esposta allo spazio espositivo Terminal Mario Dondero a Fermo. Apprezzato fotografo della Regione Marche e divenuto in pochi anni autorevole nel panorama nazionale, Guidi è riconosciuto al mondo per la sua fotografia in bianco e nero dal titolo “La Novizia” del 1968. Decisiva, per lui, anche l’amicizia con Luigi Crocenzi, intellettuale prima di tutto e importantissimo promotore della cultura fotografica italiana.

Per scoprire meglio questo fotografo abbiamo intervistato le curatrici della mostra, Simona Guerra e Lisa Calabrese. Loro ci hanno restituito aneddoti, curiosità, storie di vita e fotografia di Eriberto Guidi.

La Difesa delle Memorie Eriberto Guidi
La Difesa delle Memorie (1977) © Archivio Eriberto Guidi – tutti i diritti riservati

Eriberto Guidi è un fotografo marchigiano vissuto dal 1930 al 2016 e ora in mostra a Fermo. Come avete scoperto il suo lavoro fotografico da cui avete avuto modo di approfondire il suo lavoro?

Simona Guerra: sia per me che per Lisa, Eriberto Guidi è stato un caro amico per molti anni. È un fotografo che abbiamo conosciuto entrambe prima sui libri di Storia della Fotografia, poi personalmente. Per la Regione Marche è stato un fotografo di punta, perché è sempre stato presente nei vari eventi importanti della fotografia e nelle scuole. Negli anni Cinquanta, in particolare, si sono sviluppate una serie di situazioni importanti per la fotografia – cenacoli, circoli e quant’altro – di cui Eriberto Guidi ha fatto parte. Guidi è nato a Fermo ed è sempre vissuto lì. 

Lisa Calabrese: arrivata a Fermo, ho avuto modo di conoscerlo marginalmente attraverso degli amici fotografi comuni o partecipando a conferenze del Fotocineclub di Fermo (da lui costituito nel 1960 su impulso di Crocenzi). Ma è solo nel 2011 grazie a una mostra collettiva da me organizzata –  La luce delle Marche, a cura di Simona Guerra – che ho avuto modo di avvicinarmi al suo mondo, familiarizzare con le sue opere e ascoltare i suoi racconti.

La sorpresa più grande l’ho avuta dopo la sua morte: curando questa mostra ho scoperto quanto era prolifico, creativo e inedito. Era solito infatti accennarti o discutere su un progetto a cui stava lavorando, per stimolare una riflessione o un confronto, ma solo dopo anni di attenta ricerca, ne affinava il linguaggio visivo o una tecnica, per concludersi in una mostra. 

statua affacciata giardino Eriberto Guidi
La Difesa delle Memorie (1977) © Archivio Eriberto Guidi – tutti i diritti riservati

Eriberto Guidi è venuto a mancare da pochi anni, chi detiene ora l’Archivio da cui avete tratto questa mostra?

SG: L’Archivio fotografico, per scelta di Guidi, è detenuto dalla famiglia. Ci sono degli eredi che lo stanno gestendo. Questa prima mostra importante, consistente, proviene dalla volontà della famiglia: una mostra in suo omaggio per restituire l’importanza culturale e sociale che ha coltivato Guidi come persona e come personalità artistica. Un inizio di qualcosa che possa essere proposto in approfondimenti futuri. 

Le immagini di Guidi sembrano voler “misurare il paesaggio”, con la correlazione tra il guardare e il camminare. Un’attività che hanno svolto alcuni autorevoli fotografi a partire da Stieglitz, ma rappresentato anche dai nostri fotografi del Paesaggio italiano.

Camminare e fotografare, rappresentare il paesaggio come rappresentare i propri stati d’animo. Walking art come definita da Hamish Fulton come espressione artistica. Potete dirci qualcosa di più da questa modalità scelta anche da Guidi dove non è solo la fotografia a guidare l’autore ma anche la ricerca, camminando?

SG: Per tutta la scuola marchigiana il paesaggio è centrale, un soggetto molto importante. Questo perché il rapporto con la natura dovuta anche alla densità abitativa della regione che è ampia e la presenza del mare, mette molto in relazione l’uomo con la natura. Questo dialogo in particolare con il mare, è una cosa che ricorre osservabile anche in certi autori che si sono occupati di altri generi. 

Al fattore camminare non saprei risponderti, perché non so come si muovesse quando usciva a fotografare. Però per certo tutto il suo lavoro gira intorno alla natura. È un lungo dialogo con la natura, declinata in un certo modo, che all’inizio fa entrare la presenza umana per poi pian piano allontanarla. È un discorso interiore, filosofico. 

paesaggio a colori Eriberto Guidi
I Colori del vento © Archivio Eriberto Guidi

Come “funzionava” la fotografia di Eriberto Guidi? Come procedeva concretamente nella ricerca “del suo paesaggio”

SG: Guidi fotografava il paesaggio, un grande paesaggio che comprendeva grandi aree. Poi in camera oscura, ingrandiva una parte di questo paesaggio e ci lavorava.

La cosa incredibile è che dopo averci lavorato a lungo su quel “pezzo” di paesaggio, faceva retromarcia: tornava alla visione generale di quella stessa fotografia e poi tornava di nuovo su un particolare e ci si soffermava, ci lavorava, ci indagava. Quindi era un modo viscerale di lavorare sulla natura.

Poteva anche soffermarsi su uno stesso scatto per anni e il suo archivio è vastissimo. È un autore che ha prodotto tantissimo. Era proprio il suo modo di vedere il mondo, di cercarlo, di approfondirlo. Per cui nel particolare c’era il tutto e nel tutto c’era il particolare. 

La Novizia Eriberto Guidi
La novizia (1968) © Archivio Eriberto Guidi – tutti i diritti riservati

Come si vede da alcune immagini, alcuni soggetti di Guidi definiscono disegni e geometrie. L’impressione è che questo artista non sia stato solo legato alla fotografia, ma anche ad altre arti visive. È così?

SG: Guidi ha sempre avuto un grande amore verso la pittura, verso la musica. La fotografia era il modo più consono per lui per potersi esprimere. Ciò non significa che si fosse precluso altre strade. Era anche innamorato della grafica. La fotografia era il media che però utilizzava e ha praticato come espressione artistica e autoriale. Per cui fotografia come unico medium. È l’espressione massima di altre competenze che ha appreso in altri ambiti.

In fotografia si è affermato in pochissimi anni proprio perché è stato uno dei discepoli di Luigi Crocenzi. Guidi si è fatto subito conoscere come fotografo del bianco e nero e questa cosa se l’è portata dietro per molto tempo, giustamente perché era bravissimo in questa scelta stilistica.

Potete definirlo uno sperimentatore, visti anche gli anni che interessano l’Italia in particolare modo nell’arte contemporanea dagli anni ’50 in poi con l’uso della fotografia non come unico media? 

SG: Sì, Guidi è stato un grande sperimentatore: si è scoperto da alcune sue rare pubblicazioni e dalle ricerche che abbiamo fatto, che aveva una vita parallela fotografica che era tutta incentrata sul colore che però non ha mai rivelato. Con il colore, dalla fine degli anni Settanta, ha lavorato in modi molto sperimentali e lo ha fatto producendo fotografia a colori e anche colorando le fotografie in bianco e nero. Le ultime fotografie sono a colori e con ciò intendo fotografie su cui vi è stata una colorazione manuale, come ne “I colori del vento”. 

I colori del vento Eriberto Guidi
Il cielo dentro la terra (1998-2013) © Archivio Eriberto Guidi – tutti i diritti riservati

Eriberto Guidi e il colore. Come lo utilizzava?

LC: Attraverso due sostanziali tecniche di sperimentazione del colore che cara