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Strange Worlds, lo sguardo di 26 fotografi sul mondo in mostra a Modena

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MODENA. Ventisei artisti provenienti da tutto il mondo, settanta opere tratte dalle collezioni permanenti della Fondazione Cassa di risparmio di Modena. E’ questa “Strange Worlds” la mostra che Fondazione Fotografia ha preparato per non raffreddare il movimento culturale dell’estate modenese e che sarà esposta, fino al 6 settembre, al Foro Boario di Modena.

Il percorso, a cura del direttore di Fondazione Fotografia Filippo Maggia, comprende circa 70 opere, tra fotografie, video e installazioni per un racconto di altri mondi, vicini e lontani, dove le dinamiche sociali, culturali, religiose in atto si intrecciano dando vita a storie inedite: “un susseguirsi emozionante di volti e costumi, un mosaico interattivo”,  come spiega il curatore Maggia, “in grado di comporre una fotografia reale e tangibile della nostra contemporaneità”.

 

 

 

 

La mostra invita infatti il pubblico a soffermarsi su immagini, talvolta scioccanti, che spesso scorrono veloci davanti ai nostri occhi nei telegiornali senza percepirne a fondo il dramma. Come i soldati di origine palestinese di Ahlam Shibli che prestano servizio nell’esercito israeliano o i ritratti delle madonne sudamericane di Sebastian Szyd, vedove tristi e rassegnate di minatori boliviani o ancora i cani di Daniel Naudé, un tempo guardiani fidati delle fattorie degli afrikaner e oggi randagi, dopo che queste sono state abbandonate e i proprietari sono tornati in Europa.

Non mancheranno anche le campagne sudafricane di David Goldblatt, vere e proprie pagine di storia dell’apartheid, e la Soweto di oggi di Jodie Bieber, dove bianchi e neri convivono nella povertà e nell’incertezza; il piccolo villaggio georgiano di confine, un tempo baluardo dell’impero sovietico, oggi soggetto ai venti di cambiamento che spirano dalla Turchia, nei ritratti femminili di Marika Asatiani; l’installazione onirica di Nikil Chopra, che combina ricordi e icone del post colonialismo inglese in India.

In altri casi, i mondi descritti dalle immagini hanno a che fare con sogni, o illusioni, come nel caso delle ambientazioni organizzate da Philip Kwame Apagya sono momenti di liberazione e di gratificazione di sé, come per i ballerini improvvisati di Cao Fei o per Goddy Leye che, sdraiato a terra, canta ironicamente “We Are The World” e s’ingozza di frutti tropicali o, ancora, Ma Liuming, che cammina nudo sulla Grande Muraglia, sfidando l’avversione culturale cinese nei confronti della diversità di genere.

 

 

Pieter Hugo, Jatto with Mainasara, Ogere-Remo, Nigeria, 2007 dalla serie “Gadawan Kura – The Hyena Men Series II”. Courtesy l’artista - Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena
Pieter Hugo, Jatto with Mainasara, Ogere-Remo, Nigeria, 2007 dalla serie “Gadawan Kura – The Hyena Men Series II”. Courtesy l’artista – Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena

 

 

 

Alludono ad icone e metafore di tradizioni millenarie le figure posizionate su diversi piani prospettici di Raghubir Singh, le sapienti dita che scorrono l’arpa incantatrice in un pueblo andino riprese da David Zink Yi, la terra battuta che sembra uscire da un racconto di Paul Bowles e l’aria che sa di spezie nei tondi marocchini di Yto Barrada; il cantante resuscitato nel film di Marco Pando, idolo degli indios andini.

La natura non è mai solo sfondo, ambientazione, ma parte integrante della vita quotidiana, con la quale è necessario confrontarsi, come fa Laura Glusman, nuotando e lottando contro la corrente impetuosa del rio color terra, o Mauro Restiffe, che inserisce come in un quadro i componenti di un gruppo di famiglia, protetti dalla foresta brasiliana. Si muovono sicuri nella natura anche i due soggetti a cavallo di Anastasia Khoroshilova, dai tratti così differenti, eppure entrambi sovietici, quasi a ricordarci quanto sia sconfinata la sua terra.

Appaiono invece incerti e insicuri, sulla cima di un altopiano della Cina, gli attori di Yang Fudong. È una natura sfigurata e violentata dall’uomo, infine, quella delle fotografie di George Osodi, in una delle quali un ragazzino guarda preoccupato il cielo grigio e fumoso domandandosi se un pozzo petrolifero valga tanta devastazione. Emblema della stranezza, infine, sono i mondi evocati dai gemelli di Ketaki Seth, che disegnano l’India e le sue gerarchie sociali; i ritratti ritoccati manualmente – secondo la tradizione sudamericana – dei campesinos di Rosangela Renno; l’uomo con la iena al guinzaglio di Pieter Hugo, emblema di un’Africa dura e feroce.