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Gordon Parks. Una Storia Americana. Prospettive dal cuore dell’altra America

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Descrivere a parole ciò che gli scatti di Gordon Parks trasmettono è cosa assai ardua. Talento incommensurabile della fotografia mondiale, con un posto di rilievo nell’olimpo dell’arte fotografica statunitense, in grado di trasportare il sociale in istantanea e l’istantanea in espressione viva, ha regalato, nei quasi cinquant’anni di carriera, immagini memorabili di storie, eventi e personaggi che resteranno impresse nella mente di ciascuno di noi.

 

l'ingresso della mostra di Parks agli Scaligeri di Verona
l’ingresso della mostra di Parks agli Scaligeri di Verona

 

L’obiettivo di Parks era appunto quello di raccontare attraverso l’obiettivo, immortalare l’immortalabile, scalfire duramente l’ignaro osservatore della sua opera con scatti forti, talora duri, talvolta talmente leggiadri da sembrare eterei. Eppure l’approccio alla fotografia per l’artista americano è stato simile ad una sorta di shock, un’emozione improvvisa, un trauma accorto, avvenuto verso gli inizi degli anni ’40, dopo aver visto delle foto di un bombardamento di una nave americana. Da quel momento Parks capisce che l’arte fotografica può diventare il motivo della propria esistenza, egli vuole traslare quella scossa sentita nell’animo anche ad altre persone, sensibilizzarle e traumatizzarle al tempo stesso, eternando istanti apparentemente insignificanti di vita quotidiana. Crocevia per lo sviluppo interiore della fotografia parksiana è la Farm Security Administration, dove l’artista tempra lo sguardo, intuisce dove andare a puntare l’obiettivo per coglierlo nel segno. Parks capisce che la fotografia è lo strumento ideale per sfruttare il proprio istinto speciale nel sostenere i diritti dei più umili, siano essi di qualsivoglia colore o provenienza, per aiutare, per far conoscere e comprendere ciò che realmente accade alla gente comune. Emblema di tutto questo è Ella Watson, protagonista di uno degli scatti celebri dell’arte parksiana, ovvero American Gothic (1942). Quello spazzolone e quella scopa, uniti allo sguardo sconsolato della donna, sono espressione di una vita travagliata, segnata dalla violenza razzista e dalla disgrazia sociale. Parks la ritrae con sullo sfondo una gigantesca bandiera americana, come per dire: “Paese mio, guarda una tua figlia.” La fotografia, dall’impatto fortissimo, denominata sapientemente e finemente Gotico Americano, riporta alla definizione di gotico ottocentesca con una dominante sensazione di sublime richiamante l’Enquiry burkeiana, quanta bellezza, quanta forza, quanta violenza in una stessa immagine.

 

Gordon Parks, American Gothic, Ella Watson, Washington, D.C., 1942 copyright © The Gordon Parks Foundation
Gordon Parks, American Gothic, Ella Watson, Washington, D.C., 1942 copyright © The Gordon Parks Foundation

 

Nel 1948 Parks, trasferitosi ad Harlem, entra a far parte della redazione di Life, dove sperimenta i diversi lati della fotografia, rimanendo sì aderente al sociale, ma concedendosi anche parentesi legate a ritratti di personaggi famosi, come sportivi, politici ed attori. Un anno dopo, durante un servizio di moda, Parks è autore di uno degli scatti più famosi della storia fotografica della fashion industry, ovvero Models with Boy-length Hairs (1949).

Il quartiere newyorkese è stato, oltre che residenza, ispirazione per l’artista. Riesce ad esplorare e portare alla luce la strage giornaliera dei ragazzi neri delle gang, che si massacrano brutalmente dal sorgere del sole al calare della notte, tentando, attraverso la fotografia, di fermare lo scempio in atto sulle strade. Gordon Parks ruba da Harlem anche attimi di quotidianità, come la potente Invisible Man Retreat, che ghettizza nel sottosuolo l’uomo che non deve essere visto, richiamando l’idea, magari in maniera inversa, del sottosuolo di Dostoevskij, dove è la società stessa a schiacciare l’essere negli inferi della nazione.

 

Gordon Parks, Uomo che sbuca, Harlem, New York, 1952 copyright © The Gordon Parks Foundation
Gordon Parks, Uomo che sbuca, Harlem, New York, 1952 copyright © The Gordon Parks Foundation

 

Ghettizzazione riportata poi negli scatti del 1956 in Alabama, dove la segregazione delle persone di colore non è altro che un residuato bellico della Guerra Civile americana e della schiavitù (segnato ed identificato con una piaga razzista qual era il Ku Klux Klan), che Parks cattura intelligentemente in Dept Store, fotografia che ritrae madre e figlia elegantemente vestite di fronte alla colored entrance.

Negli anni ’60 Parks è colui che segue e racconta per immagini la storia dei leader neri e dei movimenti per i diritti civili, come le Pantere Nere ed i Musulmani Neri di Malcom X. Harlem, New York, l’intera America stavano per esplodere sotto i colpi dei militanti di colore ed il fotografo non poteva lasciarsi scappare quegli eventi epocali. Nascono così gli scatti della marcia su Washington di Martin Luther King, quelli delle riunioni dei Black Muslims e dei comizi di Malcom X e, per ultimi, essendo probabilmente i più rilevanti, quelli con protagonista Muhammad Ali. Le fotografie del pugile sono fra le più cariche di significato, lo sguardo, le mani segnate dai combattimenti e dai duri allenamenti, i momenti di preghiera, sono tutti attimi che illustrano la vita di un campione che, all’apice della carriera, era considerato un traditore della nazione a causa del colore delle pelle e della religione.

 

La mostra “Gordon Parks, Una storia Americana” è allestita a Verona, al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona fino al 28 settembre 2014.

 

Stefano Giorgianni
Stefano Giorgianni
Stefano Giorgianni, laureato in Linguistica, è caporedattore di Metal Hammer e socio fondatore dell'Associazione Italiana Studi Tolkieniani. Appassionato delle arti in genere, si diletta nella scrittura. Vive a Verona.

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