di Walter Guadagnini 

La mostra intende raccontare in quale modo la fotografia abbia rappresentato la guerra a partire dalla fine dell’Ottocento per arrivare sino ai giorni nostri.
Fino agli anni Cinquanta dell’Ottocento, il racconto delle guerre era verbale, scritto oppure disegnato e dipinto. L’invenzione della fotografia ha cambiato radicalmente il modo di rappresentare la guerra, portando con sé alcune novità cruciali : la prima è quella della veridicità dell’immagine, della sua presunta fedeltà al reale; la seconda è quella della sua diffusione, che man mano nel tempo diventa planetaria; la terza è quella della sua possibilità di essere utilizzata immediatamente come elemento di propaganda; la quarta è quella di essere nella mani non solo dei narratori ufficiali, ma anche degli stessi protagonisti, di quei soldati che per la prima volta nella storia potevano far vedere in prima persona l’immagine della guerra.
Per tutti questi motivi, la fotografia è stata uno strumento straordinario e senza dubbio il più utilizzato in questo racconto, in particolare a partire dalla I Guerra Mondiale, la prima guerra nella quale alcuni militari avevano nelle mani, oltre alle armi, anche una maneggevole macchina fotografica, e la prima nella quale la fotografia aerea ha un ruolo determinante nello sviluppo di alcune azioni belliche.

 

 

Ma già prima la fotografia aveva assunto un ruolo importante, basti pensare a una frase che circolava tra i corrispondenti di guerra a proposito di James Henry Hare, leggendario fotografo della rivista illustrata americana “Colliers Magazine”, durante la rivoluzione messicana :”Dov’è Jimmy Hare ? Se lui non è qui, questa non può essere una guerra”. E non si può dimenticare come anche il Risorgimento italiano abbia prodotto le sue testimonianze fotografiche, e che sia stato proprio un grande fotografo di origini venete, Felice Beato, ad essere tra i primi a raccontare per immagini la Guerra di Crimea e quelle che si svolsero nel Sud-Est asiatico alla fine del XIX secolo.
La prima guerra ad essere definita esplicitamente una “guerra fotografica” è stata la Guerra Civile spagnola, nel corso della quale tutti i più grandi reporter del tempo, da Capa a Cartier-Bresson, si sono trovati a testimoniare quella sorta di prova generale di quello che sarebbe stato il ben più tragico e globale conflitto sviluppatosi tra il 1939 e il 1945. Non a caso, è proprio in Spagna che viene scattata quella che è una delle fotografie più celebri e controverse dell’intera storia, il miliziano colto nell’atto di morire da Capa, e altrettanto non casuale è che la Seconda Guerra Mondiale sia stata coperta fotograficamente quanto nessuna altra guerra in precedenza, e probabilmente anche in seguito. 

 

 

Le foto della guerra non sono solo le foto delle battaglie, dei soldati e delle azioni militari, ma sono anche quelle delle popolazioni che subiscono la tragedia, delle città distrutte, delle bombe, dei vincitori e dei vinti. Si pensi alle immagini dello sbarco in Normandia, certo, ma si pensi anche ad Hiroshima, alle popolazioni nei rifugi, alla bandiera rossa sul Reichstag : la nostra conoscenza della seconda guerra mondiale passa spesso attraverso una fotografia.

 

 

Dopo questa, molte altre guerre locali si sono susseguite nel corso degli anni, fino all’altro, drammaticamente celebre conflitto che viene considerato come l’ultimo conflitto fotografico, quello del Vietnam : anche in quel caso, l’immagine dei bambini che fuggono dal napalm, le sofferenze dei soldati e della popolazione sono rimaste nell’immaginario collettivo.

 

© Philip Jones Griffiths/Magnum Photos/Contrasto
  VIETNAM. Quang Ngai. This was a village a few miles from My Lai.  It was a routine operation - troops were on a typical " search and destroy" mission. After finding and killing men in hiding, the women and children were rounded up.  All bunkers where people could take shelter were then destroyed.  Finally the troops withdrew and called in an artillery strike of the defenseless inhabitants. 1967
© Philip Jones Griffiths/Magnum Photos/Contrasto
 VIETNAM. Quang Ngai. This was a village a few miles from My Lai. It was a routine operation – troops were on a typical ” search and destroy” mission. After finding and killing men in hiding, the women and children were rounded up. All bunkers where people could take shelter were then destroyed. Finally the troops withdrew and called in an artillery strike of the defenseless inhabitants. 1967

 

Ultima guerra fotografica, perché in seguito i racconti della guerra sono sempre più televisivi, e sempre meno “visibili”, sempre più narrati da “cittadini reporter” o dagli artisti : la guerra serbo-bosniaca, l’attacco alle Torri Gemelle (autentico atto di guerra), la guerra al Terrore, le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, sono storie raccontate più dalle riprese televisive (scarse), dalle immagini amatoriali (si pensi alle torture di Abu Ghraib, o alle cosiddette Primavere arabe) e dalle opere d’arte, che non dai professionisti del reportage. Una nuova stagione è dunque in corso, che richiede ai fotografi nuove risposte.

 

PROGETTO E ALLESTIMENTO

Tutti questi sono gli elementi che compongono la mostra “This is War!”, che è pensata appositamente per gli spazi di Palazzo del Monte di Pietà.

L’ipotesi concettuale è dunque la seguente : la mostra vuole offrire non solo una lettura cronologica , ma anche e soprattutto tematica di questo soggetto : non solo una serie di fotografie celebri di combattimenti, ma una serie di vere e proprie sale tematiche, che permettano di capire sia la varietà degli usi della fotografia in ambito bellico, sia la ricchezza di immagini che un tema così drammatico ha prodotto. Per ottenere questo risultato, si è anche deciso di limitare le guerre prese in considerazione ad alcuni casi più significativi, sia dal punto di vista storico che da quello fotografico. Non, dunque, tutte le guerre fotografate, ma le tante fotografie possibili della guerra.

L’allestimento

Nella prima sala si trovano due progetti sorprendenti, di Broomberg & Chanarin (interamente prodotto per questa occasione dalla Fondazione Cariparo, presentato in prima mondiale) e di Paolo Ventura : una serie di immagini che riportano alle prime guerre fotografiche, quelle dell’Ottocento, e che evidenziano da subito il rapporto ambiguo che da sempre accompagna la rappresentazione fotografica della guerra, il suo poter essere testimonianza, racconto, ma anche propaganda, menzogna. Un modo per portare lo spettatore nel cuore delle tematiche affrontate dalla mostra, in una spettacolare introduzione che vuol essere anche un invito alla riflessione.

 

 

 

La mostra vera e propria inizia nella sala successiva : la prime due sale – dedicate alla Prima Guerra Mondiale – presentano una serie di materiali provenienti dal Museo della Terza Armata di Padova, dai Musei Civici di Padova, da altri Archivi italiani. In particolare, vengono affrontati i temi della fotografia aerea (con una serie di immagini spettacolari del fronte, dei luoghi più noti della guerra, nonché alcune relative alla celebre spedizione dannunziana), delle nuove armi e delle nuove tecnologie utilizzate in questa occasione, della vita quotidiana al fronte e tra i civili (in particolare attraverso i materiali straordinari dell’Archivio della principessa Anna Maria Borghese de Ferrari, un personaggio ancora pressoché sconosciuto, che ha partecipato alla guerra come membro della Croce Rossa e, armata di una Kodak, ha documentato diversi momenti quotidiani. La presenza di queste immagini darà uno dei punti di forza della mostra, esse provengono dal nipote della principessa , Novello Cavazza, che si trova a Roma.
Una parte della seconda sala sarà poi dedicata alla Guerra Civile Spagnola : da un lato, abbiamo due icone di questa guerra – e di tutte le immagini di guerra -, “La morte del miliziano” di Robert Capa e “La miliziana che si addestra” di Gerda Taro, moglie di Capa, morta proprio nel conflitto spagnolo; dall’altro, si potrà assisterà alla proiezione di un documento affascinante e poco noto, il film girato da Henri Cartier-Bresson a sostegno della milizia repubblicana, una sorprendente testimoninaza della passione civile del grande fotografo francese. Oltre a questo, saranno visibili – attraverso supporti tecnologici – alcune delle riviste nelle quali sono stati pubblicati i servizi di Capa.

Vengono poi le 3 sale dedicate alla Seconda Guerra Mondiale: tra le opere esposte, quattordici scatti di August Sander dedicati alla città di Colonia prima e dopo la guerra; le immagini di Emmy Andriesse sul cosiddetto “Inverno della fame ad Amsterdam”, con la popolazione locale stremata dalle privazioni; la serie di immagini realizzate da Cartier – Bresson a Dessau subito dopo la liberazione, con i campi profughi, la disinfestazione delle persone col DDT; la serie di immagini di Ernst Haas su Vienna dopo la guerra, in particolare la serie del rientro a casa dei prigionieri, nel 1948; le foto di Eugene Smith sulla Guerra nel Pacifico. Oltre a queste serie, saranno esposte alcune icone, come l’innalzamento della bandiera rossa sul Reichstag a Berlino di Eugenyi Chaldey . Di nuovo, Padova è presente in questa sezione con un’immagini dall’alto dei bombardamenti della città e con una serie di immagini dei rifugi antiaerei, dove si percepisce la complessità della vita quotidianità in una simile situazione. A queste si aggiungono le drammatiche immagini di Dresda devastata dai bombardamenti inglesi, di Hiroshima e del Giappone che cerca di rialzarsi dopo la sconfitta e le distruzioni, in una serie di fotografie inedite di per l’Italia di Tadahiko Hayashi. Infine, un’ intera parete di funghi atomici, a ricordare come il rischio e il pericolo della guerra sia continuato anche oltre il 1945. Anche questa parte della mostra si completa con filmati, schermi interattivi, che permettono di entrare a fondo nelle varie immagini e nelle varie storie visive che la guerra genera.

 

 

 

Nella sesta sala, si avranno da un lato le immagini realizzate da Marc Garanger in Algeria, nel corso di una guerra poco fotografata perché molto controversa : una serie di 30 ritratti identificativi di donne locali che rende davvero l’idea di come la guerra incida in maniera profonda su tutto e su tutti. Nella stessa sala si prende poi in considerazione la guerra del Vietnam, attraverso tre grandi serie : quella di Don Mc Cullin sui soldati americani al fronte; quella di Eve Arnold sui soldati americani in addestramento a casa, e infine quelle di Philip Jones Griffiths sulle conseguenze sulle popolazione civili, e sugli stessi militari, della guerra.

 

 

 

Dalla sala 7 alla 10 si trovano infine le guerre contemporanee, quelle drammaticamente più recenti : tra le opere esposte, quelle di Richard Mosse (dedicate alla Guerra ancora in corso in Congo), di Luc Delahaye, di Taysir Batniji (sulla guerra israelo-palestinese), di Gabriele Basilico (Beirut bombardata), di Gilles Peress e Ziyah Gafic, (la guerra serbo-bosniaca), di Paolo Ventura sulla guerra in Afghanistan. A queste immagini, già divenute in qualche modo classiche, come quella di Peter Souza che rappresenta Obama e il suo staff intenti ad osservare sullo schermo televisivo l’uccisione di Bin Laden, si aggiungeranno quelle di autori ancora più giovani come Mishka Henner, ma soprattutto alcune di queste opere (come ad esempio quelle di Peress) sono realizzate e fruibili attraversi i nuovi strumenti tecnologici, che permettono un’interazione tra il pubblico e le opere stesse.