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Pangea Photo Festival 2022: 5 mostre fotografiche per capire il mondo

Per la seconda edizione, in mostra open air 24/7 sull’Appennino Reggiano le fotografie di Linda Bournane Engelberth, Francesco Pistilli, Carolina Rapezzi, Nadia Shira Cohen, James Whitlow Delano su temi cruciali per il futuro della società e del Pianeta.

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Il festival fotografico Pangea Photo Festival 2022 torna a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia. La seconda edizione del festival, iniziativa culturale dedicata a tematiche contemporanee cruciali per il futuro della società e del Pianeta, durerà fino 18 settembre con cinque mostre open air visitabili 24/7.

Le fotografe e i fotografi coinvolti affrontano grandi tematiche dell’attualità globale che accendono domande su come questi temi impattino sulle comunità locali e sulla vita di ciascuno di noi.

La Rinconada - Perù, 2018 © James Whitlow Delano/Photo Op
La Rinconada – Perù, 2018 © James Whitlow Delano/Photo Op Un minatore torna alla sua casa di lamiera, lungo la parete rocciosa scoscesa e carica di spazzatura di plastica monouso, nell’insediamento minerario de La Rinconada. I minatori, per lo più indigeni Quechuas e Aymara, sono sottoposti al tradizionale sistema del “cachorreo”, per 30 giorni lavorano senza essere retribuiti dall’azienda che detiene la concessione mineraria; una volta al mese è loro permesso di scavare e tenere per sé tutto l’oro trovato in quella giornata di lavoro. La fortuna gioca un ruolo importante, poiché i minatori potrebbero guadagnare da zero a una fortuna.

Le mostre di Pangea Photo Festival 2022

Come anticipavamo sono 5 le mostre da vedere in questa edizione del festival fotografico reggiano.

Delano e il focus sull’inquinamento da plastica

A Ginepreto, a Castelnovo ne’ Monti, c’è “Drowning in plastic” di James Whitlow Delano, documentarista americano con base a Tokyo. La mostra, curata da Marta Cannoni e Livia Corbò dell’agenzia Photo Op, associazione di volontariato senza scopo di lucro, vuole aumentare la percezione nelle persone sulla pericolosità dell’inquinamento da plastica.

Dopo decenni di uso eccessivo di materiale monouso, la Terra sta letteralmente annegando nella plastica che abbiamo gettato via. Nel 2017, il mondo aveva prodotto un totale complessivo di 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, più di una tonnellata per ogni persona sul Pianeta. La maggior parte è nelle discariche, ma altri 8 milioni di tonnellate cubiche finiscono ogni anno negli oceani.

La plastica è letteralmente in ogni angolo del globo terrestre: nel 2019, i ricercatori hanno scoperto microplastica nel ghiaccio artico in concentrazione maggiore che nelle acque circostanti. Lo stesso anno, gli esploratori hanno trovato plastica nella Fossa delle Marianne, il punto più profondo del Pianeta. Le fotografie in mostra, raccolte in anni e in luoghi diversi, esplorano la piaga dei rifiuti di plastica che, se si abbatte più duramente nei Paesi in via di sviluppo, non risparmia nessuno.

Burning dreams © Carolina Rapezzi
Burning dreams © Carolina Rapezzi

Le conseguenze dei rifiuti pericolosi sulla gente nelle fotografie di Rapezzi

Alla Pineta di Monte Bagnolo è esposta “Burning dreams” di Carolina Rapezzi, fotografa italiana con base a Londra che si occupa di questioni sociali, umanitarie ed ambientali tra Europa e Africa occidentale.

Nonostante la Convenzione di Basilea, stipulata nel 1992 per ridurre e prevenire il commercio di rifiuti pericolosi dai Paesi sviluppati a quelli meno sviluppati, il deposito rottami di Agbogbloshie ad Accra, in Ghana, è diventato una delle discariche di rifiuti elettronici a cielo aperto più grandi del mondo. Dispositivi, telefoni e computer vengono importati, principalmente dai Paesi europei, come beni di seconda mano anche se la gran parte ha una durata di vita molto breve. Gli apparati elettronici finiscono così per essere subito smantellati e bruciati a Agbogbloshie, dopo averne estratto materie prime come rame e alluminio. I lavoratori trattano i rifiuti elettronici giorno dopo giorno senza alcuna protezione o regolamentazione. La tossicità dei rifiuti colpisce fortemente le comunità locali, causando problemi respiratori, malattie polmonari e, a lungo termine, anche tumori e danni al sistema nervoso e riproduttivo.

Outside the binary, Linda Bournane Engelberth
© Outside the binary, Nayland, Linda Bournane Engelberth

L’identità di genere per Linda Bournane Engelberth

Alla Pineta di Casina, la mostra inedita in Italia, “Outside the binary” di Linda Bournane Engelberth, fotografa documentarista focalizzata sull’identità umana, sulle identità di genere e sulle comunità rurali, realizzata in collaborazione con l’organizzazione no profit La Pineta di Casina – EffettoNotte. L’esposizione esplora il mondo delle persone con un identità di genere non definita, che si identificano in una moltitudine di identità differenti rispetto alla definizione binaria uomo-donna (non-binary, gender fluid, agender, genderqueer).

L’idea che non possano esistere più di due possibili generi (uomo-donna) è una tematica controversa e contemporanea, che spesso porta alla marginalizzazione di queste persone “non identificabili”, a livello legislativo ma soprattutto a livello sociale. Lo scopo di questo lavoro è di mostrare queste persone, ascoltare il loro punto di vista, dimostrare che esistono a qualsiasi latitudine, normalizzare le loro esistenze e la percezione che il mondo ha di loro.

Francesco Pistilli, Lives in Limbo, Belgrade, Serbia
© Francesco Pistilli, Lives in Limbo, Belgrade, Serbia

La vita dei migranti al confine, nel reportage di Pistilli

Ai Giardini di via Monzani a Castelnovo ne’ Monti, il reportage, vincitore del premio World Press Photo 2018 (3° classificato nella sezione General News), “Lives in limbo” di Francesco Pistilli fotoreporter e videomaker abruzzese che si occupa di reportage e ritratto editoriale dai contenuti politici, sociali e ambientali – è una testimonianza molto importante su un dramma che continua a consumarsi alle porte dell’Europa.

Racconta la vita dei migranti abbandonati al freddo di un’incertezza senza fine e documenta l’inasprimento della cosiddetta rotta balcanica, che nel 2017 ha bloccato in Serbia migliaia di rifugiati in viaggio verso l’Europa. Impossibilitate a proseguire, quasi 1.200 persone hanno trascorso quell’inverno in magazzini abbandonati dietro alla stazione ferroviaria di Belgrado, senza elettricità, riscaldamento, acqua e servizi igienici.