ROMA. La parola fotogiornalista sembra ricondurre a un tempo e a una modalità di approccio alla realtà sempre più distante dalla nostra esperienza del rapporto della fotografia con gli eventi attuali, sostituita dall’attenzione a una più formale dimensione di documentazione o da una narrazione più condizionata dalla forma racconto.

Il lavoro di Andy Rocchelli ci ricorda la forza che ancora racchiude questo termine, in cui un dichiarato approccio giornalistico si coniuga al linguaggio della fotografia e va alla ricerca delle fonti dirette delle informazioni che ci vengono trasmesse, trova le sue radici nel valore chiave della testimonianza e del confronto, e nell’attenzione ai fatti che scava in profondità oltre l’evento, entrando a contatto con le persone e con il loro contesto sociale, seguendo interrogativi che permettono alla cronaca di incarnarsi in storie, di farsi testimone di vissuti che non si perdono nelle grandi linee tratteggiate della storia.

 

 

 

E’ un po’ quello che fa Stories, la mostra al Museo di Roma in Trastevere fino al 15 novembre, sottolineando già nel suo titolo l’importanza della dimensione plurale, vuole raccontare i molti modi in cui Andy Rocchelli ha inseguito il sostrato vivo della realtà oltre il rapido susseguirsi delle notizie, che sono state spesso il primo filo da cui iniziare a ricostruire una trama più complessa e articolata del mondo che ci è intorno.

La mostra, allestita negli spazi espositivi appena rinnovati del chiostro seicentesco, ripercorre due linee guida approfondite da Andy Rocchelli fra il 2009 e il 2014 a partire da alcuni degli eventi che recentemente più hanno segnato il nostro tempo: da un lato la crisi del Mediterraneo che dall’Italia, attraverso al questione dell’immigrazione si allarga fino ai giorni della Primavera Araba e ai movimenti di popoli fisici e ideali che ne sono conseguiti, e dall’altro il tema che forse più di tutti è stato al centro del suo interesse, la questione delle conseguenze della disgregazione dell’Unione Sovietica, dalle rivolte civili nel nord del Caucaso all’identità in costante mutazione della stessa Russia, espressa nei ritratti di Russian Interiors e nell’indagine delle molteplici sfaccettature delle sue orbite d’influenza, fino agli ultimi eventi che dalle prime manifestazioni al Maidan di Kiev hanno portato allo stallo politico ucraino e alle sue tragiche conseguenze.

 

 

 

Il lavoro di Andy attraversa la superficie dei fatti con una profonda attenzione alla dimensione umana, soffermandosi su problemi che hanno a che fare con questioni sociali, culturali, politiche, esistenziali e sulle loro implicazioni, senza mai smettere di interrogarsi sul linguaggio fotografico, sulla questione della rappresentazione, sulle nuove aperture a un più complesso rapportarsi ad altri media, prima di tutto il video e il formato della carta stampata.

La sua ricerca non ha mai smesso di mettere in questione la dimensione stessa dell’essere fotografi, trovando in Cesura, il collettivo nato nel 2008 di cui è stato socio fondatore, un fertile terreno di confronto: anche lavorando spesso insieme ai giornalisti, il suo spesso solitario guardare al mondo ha trovato nel dialogo a più voci la base per articolare e sviluppare un pensiero estetico e critico condiviso.

 

 

 

In Rosarno e in Arab Spring, parte di un più ampio progetto collettivo volto a documentare le declinazioni della Primavera Araba nei Paesi del Mediterraneo, Andy Rocchelli segue il filo dell’incerto vivere dei migranti dalla vita nelle baraccopoli calabre ai tentativi di fuga da una Libia in rivolta, una storia, quest’ultima, cui affianca il viaggio di giovani ribelli che dal confine egiziano cercano di raggiungere Misurata e gli altri centri di quella che allora si paventava come una rivoluzione in un cammino di progressiva disillusione.