TORINO. La storia della fotografia forense con un corpus di opere che coprono più di un secolo, dalle prime immagini entrate nelle aule di tribunale fino alle fotografie satellitari usate dalle organizzazioni per i diritti umani per denunciare l’uccisione di civili, come nel caso degli attacchi con i droni. E’ questa “Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni” in mostra fino al 1° maggio a al centro italiano per la fotografia Camera.

La mostra, ideata da Diane Dufour, con Luce Lebart, Christian Delage ed Eyal Weizman e il contributo di Jennifer L. Mnookin, Anthony Petiteau, Tomasz Kizny, Thomas Keenan ed Eric Stover è una coproduzione Le Bal (Parigi), Photographers’ Gallery (Londra) e Netherlands FotoMuseum (Rotterdam) con allestimento a cura di Marco Palmieri.

 

 

 

 

COSA VEDRETE. Camera ha selezionato undici casi-studio per illustrare un approccio scientifico alla fotografia, volto a renderla uno strumento giudiziario.

Questa mostra esplora contemporaneamente la potenza e i limiti del mezzo fotografico nella ricerca della verità. La potenza è quella dell’immagine, più d’impatto e più convincente di quanto possano esserlo parole o cifre. Il limite è quello della tecnica, che spesso smentisce l’idea secondo cui l’obiettivo del fotografo non sia altro che un occhio infallibile, che tutto coglie e tutto registra.

 

 

 

«Più di ogni altro avvenimento – scrive la curatrice e ideatrice della mostra, Diane Dufouri fatti criminali si rivelano opachi, indescrivibili, non rappresentabili. Nella materia stessa dell’immagine sono impressi una moltitudine di segni chiari, mescolati a segni confusi, possibili “trappole” affiancano dettagli significativi. L’immagine è quindi sempre un enigma in sé che richiede che si dica ciò che mostra. La sfida per gli esperti è allora quella di costruire un dispositivo capace di rivelare la sostanza dell’immagine, la sua verità».

 

 

 

Appare allora chiaro che la verità non viene solo ri-costruita, ma viene a tutti gli effetti costruita e poi difesa tramite la raccolta di prove, tra cui le immagini sono regine indiscusse. Non è quindi sufficiente riportare alla luce le fosse comuni dove riposano i curdi vittima del genocidio operato dall’esercito iracheno nell’88: nel 1992 una fotografa dell’agenzia Magnum accompagna gli attivisti alla ricerca di prove, e documenta scrupolosamente l’esumazione affinché quelle vittime esistano davvero e possano quindi avere giustizia. Non basta processare i gerarchi nazisti: i campi di sterminio vengono fotografati e filmati secondo regole ben precise dai soldati Alleati, e il film che ne deriva sarà utilizzato come atto d’accusa verso gli imputati a Norimberga.

 

 

 

Le lenti fotografiche sono state chiamate “obiettivi”, nella speranza che potessero salvare dall’imprecisione e dai dubbi che si accompagnano alla soggettività, ma la diversa interpretazione di una fotografia può tutt’ora avere pesanti conseguenze civili e politiche. C’è o non c’è traccia dell’antico cimitero beduino di Koreme, nel Deserto del Negev, nelle foto aeree che gli inglesi della RAF scattarono alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima della fondazione dello Stato di Israele? Chi sostiene che negli scatti sgranati e nebulosi di 70 anni fa non si veda alcun cimitero beduino non sta solo dibattendo i dettagli di vecchie fotografie: sta allo stesso tempo dichiarando che le migliaia di famiglie palestinesi che vivono tutt’ora nella zona sono abusive e devono essere cacciate dalle loro case, a ulteriore testimonianza del potere che possono avere le immagini.

 

 

 

Scrive ancora Diane Dufour: «Le immagini di crimini vìolano un tabù, quello della rappresentazione della morte. La loro finalità è quella di mostrare senza criteri estetici, di testimoniare senza criteri morali. Queste immagini “fuorilegge” esistono perché giustizia sia fatta. Ma l’avvicinarsi alla verità tramite l’immagine è un esercizio complesso, pericoloso, non è privo di calcoli di probabilità e margini d’errore».

« […] Mettere in mostra queste immagini implica spostarle dal loro contesto abituale. Abbiamo cercato di capire come, quando e da chi sono state create e di proporre una prospettiva critica sulla loro natura, che siano immagini simboliche o prova in sé. Per il ricercatore come per lo spettatore, mettere in azione un pensiero in immagini costituisce già il trovare… una finestra di verità».