“L’attacco di Kessab è stato il motivo per cui ho deciso di recarmi in Armenia la prima volta. Mi sembrava un tassello importante nel racconto dei cristiani in fuga in tante parte del mondo, considerando che l’Armenia è stato il primo paese ad adottare il Cristianesimo come religione di stato nel 301”. E’ così che è nato ‘Hayastan 1915/2015‘ , un progetto firmato Gianmarco Maraviglia/Echo Photojournalism.

 

 

 

 

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La comunità armena cristiana in Siria, arrivata lì per sfuggire al genocidio da parte dell’Impero Ottomano nel 1915, ha sempre vissuto in pace e in prosperità. Città come Aleppo e molti altri villaggi al confine meridionale della Turchia sono stati per quasi 100 anni un rifugio sicuro. L’esplosione della guerra in Siria, e soprattutto la sua radicalizzazione in termini religiosi, hanno rotto l’equilibrio su cui si reggeva la loro vita.

In particolare dopo l’attacco al villaggio di Kessab, eredità del Regno Armeno di Cilicia. Il 21 marzo dell’anno scorso è stato attaccato dal al – Nusra, ramo siriano di al – Qaeda. Oltre 3000 armeni sono fuggiti dalle loro case, cercando di raggiungere la salvezza a Lattakia. In molti però hanno deciso di trasferirsi in Armenia, la terra dei padri, sicuri di trovare un futuro migliore.

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“Sulle tracce dei sopravvissuti di Kessab ho raccontato la difficile situazione dei profughi siriano/armeni in Armenia” racconta Gianmarco Maraviglia. “Arrivato casualmente nel paese il 24 aprile, mi sono trovato immerso nel giorno più importante e sacro per tutto il popolo armeno. Il 24 aprile infatti si ricorda il Medz Yeghern, il grande crimine, il genocidio armeno. Da allora ho deciso di approfondire il mio racconto sul Paese”.

 

 

 

 

L’Armenia è in guerra con l’Azerbaijan per il controllo del Nagorno Karabakh, una piccola regione al confine con l’Iran, dichiaratasi indipendente (ma di fatto armena) da Baku nel 1992. Inzia così un conflitto che ha causato decine di migliaia di vittime.

Mi sono recato in Nagorno a documentare come anche i profughi siriani siano stati usati nella gestione demografica del conflitto. Infatti, i più poveri scappati dalla Siria, sono stati mandati, come novelli coloni, proprio in questa terra, regalando loro case e terre da coltivare“.