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La ricerca dell’identità per Vivian Maier. Com’è la mostra a Trieste

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The Self-portrait and its Double è il titolo della mostra, prima in assoluta in Italia, della rivelazione fotografica degli ultimi dieci anni, Vivian Maier.

Esposta fino al 22 settembre al Magazzino delle Idee di Trieste la mostra è curata da Anne Morin e vede 70 autoritratti dell’autrice che vanno dal 1950 al 1985, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori. Questi ultimi, tra l’altro, mai esposti prima d’ora nel nostro Paese.

A questo si aggiungono filmini super8 – realizzati dal 1965 nelle strade di New York – di cui si potrà anche apprezzare la capacità cinematografica dell’autrice.

mostra di vivian maier a trieste
la mostra di vivian maier a trieste © terry peterle

La mostra è il particolare racconto in autoritratti e ritratti della Maier, alla ricerca della sua identità, nascosta dietro alla sua professione di tata.

Le scene sono quelle che caratterizzano il suo stile fotografico: il mondo della strada, quello dell’infanzia, i quartieri operai dove cerca la vita da fotografare e gli interni arricchiti di disegni geometrici o simboli estetici in sintonia con la scelta di ritrarsi.

mostra di vivian maier a trieste
la mostra di vivian maier a trieste © terry peterle

Ciò che come spettatori giunge con ricorrenza è la rappresentazione dell’ombra, un segno ripetitivo che anche la curatrice Anne Morin trova nel vasto archivio dell’autrice recuperato da Maloof.

Come lei stessa ci racconta, “dieci anni fa mi sono letteralmente immersa nell’archivio di Vivian Maier e sono rimasta affascinata non solo dalla eccellente qualità delle immagini ma soprattutto dalla quantità di opere. Su 120mila immagini, gli autoritratti costituiscono circa il quaranta percento dell’archivio totale”.

mostra di vivian maier a trieste
la mostra di vivian maier a trieste © terry peterle

La scrittura fotografica della Maier è ampia ed eterogenea. “Spazia a 360°. Dall’elemento fotografico primo che è l’ombra, la Maier utilizza specchi e altri tipi di elementi retorici per cercare di dire a tutti ‘sono qui, ora e in questo momento‘”.

Ma perché una mostra sull’identità di Vivian Maier? Come spiega Anne Morin, “per celebrarla anzitutto come persona che non ha mai avuto accesso alla sua identità”.

Si tratta, infatti, di una fotografa che per moltissimo tempo è rimasta anonima. “E’ importante capire la sua storia famigliare e il suo background. Partiamo dalla famiglia. La madre francese ed il padre ungherese, erano emigrati negli Stati Uniti e stanziati a New York. Era una donna che apparteneva ad un ceto sociale basso”.

In più, “era una donna, un ulteriore elemento significativo a quei tempi. La somma di tutti questi elementi socialmente poco accettati hanno reso la Maier una persona anonima, trasparente alla società, invisibile. Noi abbiamo voluto darle vita dopo la morte”.

mostra di vivian maier a trieste
la mostra di vivian maier a trieste © terry peterle

Anne Morin ci racconta che il primo approccio alla fotografia per la Maier avviene in età molto precoce – tra i 4 e gli 8 anni. Come abbiamo già detto proviene da una famiglia che oggi definiremo disfunzionale. Inoltre, la madre decide di separarsi dal marito e si trasferisce nel quartiere di Brooklyn, dall’amica Jeanne Betrand, che era una fotografa già piuttosto conosciuta. Cosa che, ancora oggi, ci si chiede se abbia avuto qualche impatto sulla Maier.

Gli anni che vanno dal 1930 al 1940, invece, sono un pò confusi. La Maier rientra con la madre in Francia e poi, insieme, ritornano negli Stati Uniti. Gli anni ’40, infine, segnano l’inizio dell’attività fotografica della Maier e già nel 1948 si trovano tutti gli elementi caratteristici del suo stile fotografico.

mostra di vivian maier a trieste
la mostra di vivian maier a trieste © terry peterle

Gli scatti presenti in mostra iniziano dal 1951, anno in cui la Maier decide di risiedere definitivamente a New York. Momento in cui acquista anche una macchina professionale, una Rolleiflex. Le immagini di questa fase, come ricorda la Morin, sono ispirate dalle opere del fotografo Robert Doisneau e di molti fotografi umanisti a cui lei “guarda”.

L’interesse delle fotografie di Vivian Maier sono la declinazione della sua personalità in fotografia. Cerca gli elementi in sintonia con il suo linguaggio ma forse più di tutti cerca di ricostruire una sua personale identità.

Le immagini sono contemporanee, fedelmente rappresentative sia delle inquadrature che prediligeva che delle didascalie, da lei stessa indicate, ritrovate per caso in alcune valige poi vendute all’asta.

mostra di vivian maier a trieste
la mostra di vivian maier a trieste © terry peterle

Negli anni ’60, mentre faceva la tata dalla famiglia Gainsbourg, disponeva di una stanza da bagno lussuosa, che lei aveva impiegato a camera oscura per poter stampare le sue immagini. Per un totale di cinque mila immagini circa.

Questa indagine di sé è significativa. La Maier non ha ha mai voluto uscire dal proprio perimetro famigliare: la nonna cuoca, la madre collaboratrice domestica, portano l’autrice a rimanere in questo ambito d’azione.

Nella sua personalità esiste una forte dualità e questa percezione è chiaramente rappresentata nei suoi autoritratti.

Accetta la condizione in cui il destino l’ha posta ma tuttavia ogni autoritratto è un atto di opposizione, di ribellione conclamata per lasciarsi una porta aperta. Un atto di resistenza, insomma.