Fino al 16 giugno 2019, al Pan – Palazzo delle Arti – di Napoli si potrà vedere l’omaggio in immagini ad uno dei più grandi campioni di Box di tutti i tempi, Cassius Clay meglio conosciuto come Muhammad Alì.

La mostra organizzata da ViDi (Visit Different), a cura di Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, espone 100 immagini provenienti dagli archivi fotografici internazionali più prestigiosi come quello del New York Post Archives, Sygma Photo Archives, The Life Images Collection che riprendono Alì nel corso della sua carriera ma soprattutto in attimi di vita inedita a chiunque lo abbia seguito o solo sentito nominato.

Dentro a un ring

Un’esposizione costruita per sezioni. Ed ognuna di essa rappresenta “un dono che lo sportivo ha regalato ad ogni persona come un tesoro senza prezzo e senza tempo: doni agli appassionati di boxe, al linguaggio, alla dignità umana, ai compagni di viaggio, ai bambini, al coraggio, alla memoria” come affermano i curatori.

La mostra si apre in uno spazio metaforico: lo spettatore al centro di un quadrato di lotta, tra un primo piano che ritrae il campione tra un allenamento mentre colpisce ininterrottamente il sacco, in un leggero ed agile gesto, determinato, sicuro e tra la vincita di un incontro.

Alì era un uomo fiero e orgoglioso, una personalità istrionica, consapevole del grande talento che sapeva di avere dentro di sè. Il suo essere vincitore prima di tutto ma al contempo capace di conquistare il cuore della gente attraverso la sua straordinaria capacità comunicativa tanto che “Io sono il più grande. L’ho detto prima di sapere di esserlo” è una delle due frasi che sovrastano questa intro di mostra.

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Il dono alla boxe © Terry Peterle

I suoi successi nel mondo del pugilato

Da qui, la mostra presenta le immagini ed anche un ring da box in allestimento, che decantano i suoi più noti incontri di pugilato: 61 match e 548 round da professionista, dal 1960 al 1981.

Tra le immagini, uno scatto del fotografo Bob Gomel che ritrae Cassius Clay campione del mondo dopo aver sconfitto l’avversario Sonny Liston, insieme a Malcom X, ministro della Nation of Islam poco prima dell’annuncio dell’adozione del nome Muhammed Alì, nel 1964.

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© Terry Peterle

Grande comunicatore

La grande capacità comunicativa di Alì era spesso insolente, un modo per mettere ko l’avversario prima di un incontro e questo è ben esposto nella sezione del “dono al linguaggio”. Dai racconti della madre, il figlio è sempre stato un chiacchierone e naturalmente questa sua indole divenne uno strumento strategico attraverso un intelligente ironia per conquistare il pubblico e mettersi subito al centro di una vincita.

L’ispirazione la trovò osservando questo modo di interagire dal lottatore professionista George Raymond Wagner meglio conosciuto come Gorgeous George (1915-1963) che in modo sarcastico provocava i proprio avversari prima di un incontro.

Alì era perfettamente conscio che così poteva procurarsi grande popolarità e deviare i mezzi di comunicazione. Prendeva intenzionalmente in giro chi lo avrebbe affrontato in lotta: parole in rima, abbinate ad un ritmo che poteva ricordare quello del rap, come la poesia pubblicamente recitata al suo primo avversario per la conquista del titolo, Sonny Liston. Un modo per creare aspettativa, far capire al pubblico che bisognava schierarsi ma anche un modo sfrontato per esorcizzare la paura prima di ogni incontro.

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Il dono al linguaggio © Terry Peterle

Schierato politicamente

Nel 1967 Alì venne condannato a cinque anni di reclusione per aver rifiutato il servizio militare obbligatorio. Un caso che diventa subito politico assieme al suo forte commento: “Perché dovrebbero chiedermi di indossare un’uniforme e andare a 10.000 miglia da casa a lanciare bombe e sparare sulla gente marrone del Vietnam mentre i cosiddetti negri a Louisville sono trattati come cani e vengono loro negati i più semplici diritti umani? No, non ho intenzione di fare 10.000 miglia per aiutare l’omicidio e bruciare un’altra povera nazione semplicemente per continuare il dominio dei bianchi schiavisti sulle persone più scure del mondo […]”. Così recita la parte del “dono alla dignità”.

Alì si schiera in modo chiaro contro la guerra in Vietnam e oltremodo si dimostra eroe politico contro ogni forma di razzismo, a favore dei più deboli, tanto che è in grado di conquistare anche una parte di quei bianchi solidali verso le ingiustizie del popolo di colore. Le immagini a tal proposito sono molto esplicative: la gente comune, ascolta, ringrazia il proprio idolo nei suoi giusti discorsi.

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Il dono alla dignità © Terry Peterle

L’amore per i bambini

Un’altra sezione molto significativa di questa mostra è la dolcezza e l’affetto che Muhammad Alì riserva nei confronti dei bambini – “il dono ai bambini”. Al cospetto di queste tenere creature riusciva ad essere sé stesso, spontaneo nei modi e pronto allo scherzo, documentato anche dalla proiezione di Candid Camera.

Delicatissima è l’immagine del 1966 in cui questo gigante tiene in braccio Sweelan Maria Morin, una bimba di soli otto mesi durante una sessione di allenamento scattata dal fotografo Russell McPhedran.

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Alì con figlia Maryum © Terry Peterle

Un uomo al centro dell’attenzione

Molte compagne, 4 moglie e numerosi figli, nove in tutto. Un uomo al centro dell’attenzione anche in famiglia, tra assenze e infedeltà ma che in questa serie di immagini raccolte in “dono ai compagni di viaggio”, si vede amore, serenità e il cercato desiderio di essere genitore ma anche nella gioia di essere figlio grato vicino all’amata madre.

La mostra si conclude con “un uomo come tutti gli altri” in una serie di immagini che dimostrano come la boxe per Alì è stato un Amore profondo, una passione come stato di grazia. Un bisogno viscerale negli allenamenti, nella solitudine di superare sé stesso.

Ne “il dono alla memoria” lo spettatore conclude la visita con un Alì davanti allo specchio nella cura di sè, concentrato, con una sua riflessione su come voleva essere ricordato. Un pensiero profondo ma sempre con quell’intelligente ironia che lo caratterizzava “[…] E se questo è chiedere troppo allora credo che mi accontenterei di essere ricordato solo come un grande campione di boxe diventato un predicatore e un campione del suo popolo. E poi non i dispiacerebbe che la gente si ricordasse di quant’ero carino”.

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Un uomo come tutti gli altri © Terry Peterle

Ora vi dirò come mi piacerebbe essere ricordato: come un nero che ha vinto il titolo dei pesi massimi e che era spiritoso e trattava tutti bene. Come un uomo che non ha mai guardati dall’alto in basso quelli che lo consideravano un modello e che ha aiutato la sua gente ogni volta che ha potuto: finanziariamente ma anche nella lotta per la libertà, giustizia e l’uguaglianza. Come un uomo che non metteva in imbarazzo. come un uomo che ha cercato di riunire il suo popolo mediante la fede nell’islam, ispirata alla parole del venerabile Elijah Muhammad. E se questo è chiedere troppo allora credo che mi accontenterei di essere ricordato solo come un grande campione di boxe diventato un predicatore e un campione del suo popolo. E poi non mi dispiacerebbe che la gente si ricordasse di quant’ero carino.

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