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La vita è ancora agra, signor Bianciardi. Il lavoro dei creativi ripercorso da Simona Guerra

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“E’ un reato rubare le idee? Sì, se si riesce a dimostrarlo”.

E’ il cuore di questa storia, surreale nel racconto, ma non tanto lontana dalle ipocrisie radicate dei provincialismi italiani. Succede in un paesino della Romagna sul lungomare del Mar Adriatico, con poche anime che la abitano. Costruito su stradine strette e tortuose, con i resti romani a vista nella piazza del suo piccolo centro storico, il porto colmo di barchette e pescherecci ed una spiaggia ciottolosa. Un piccolo punto geografico, in cui il conoscersi ed il riconoscersi è la vita scandita di tutti i giorni.

Un piccolo Comune in cui il protagonista, curatore e promotore di mostre di fotografia di professione, dopo un periodo di cambiamenti, si sveglia travolto dalla metaforica lampadina in testa: un’idea gli sobbalza insonne nella notte. L’intuizione è di quelle che risvegliano l’entusiasmo: organizzare una mostra che esponga in debutto, due artisti molto noti al mondo dell’arte.

Sono i fratelli Giangiacomo Taraglia, noto come fotografo, e Ivo Taraglia, ex fotografo astratto, unico vivo tra i due, conosciuto per i suoi quadri pittorici di straordinaria bellezza e importanza contemporanea. Vissuti sempre tra questo lembo di paese e Roma, per tutta la loro esistenza mai sono stati concordi tra loro su nulla. Un rancore mai sopito, di quelli che rendono i rapporti incrostati da antichi litigi.

Il protagonista, conoscente dell’artista attraverso il figlio, amico di infanzia, inconsciamente già desidera dare vita, quando fosse stata l’opportunità, questa mostra di primo ordine. E prima di portarla in una grande città, era giusto rendere omaggio ai due fratelli, nel paese natio.

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Biblioteca Nazionale Braidense, Milano © Massimiliano Tursi


E’ noto come l’attività culturale e artistica in Italia sia uno dei settori economici più importanti e nel contempo il più penalizzato. Ecco che il progetto è redatto e inizia il percorso del “promesso” curatore verso tutti quei soggetti necessari per la riuscita. I varchi e i nodi sono nei nomi sarcastici e significativi – il Signor Oppressi, la Ledidiferro, il signor Marco Aurelio Luttazzi – che il protagonista incontra assieme a tutti quei stereotipi e sgambetti che, nella sua onestà intellettuale, è costretto a ingoiare in bocconi amari. Incapacità, incompetenza e persino frustrazione da mancate ambizioni sono le virtù che portano l’inetto direttore del Museo d’Arte e Storia del paese – il Luttazzi – col giusto “aggancio” non solo a ricoprire una serie di incarichi enigmaticamente conquistati, ma anche a diventare curatore ufficiale della mostra prendendo letteralmente possesso del progetto di curatela del protagonista, senza nominarlo mai. Il furto di un’idea.


Ipocrisia, meschinità dei finti autorevoli funzionari travestiti da manichini da una parte e la rabbia del protagonista con la voglia di vendetta, sfiduciato dagli anni e dalle risorse investiti sullo studio e dall’esperienza raccolta in una professione praticata con passione e competenza.

Ecco il nuovo piano del protagonista: far saltare tutto con una bomba! E dove? Nella Grande Città, nel Palazzo che ospitava tutta quella finta cultura prodotta. Non solo metafora di un sistema disfunzionale, ma la volontà di eliminare in modo tangibile e violento, la radice dell’imbroglio che moltiplicava e sostituiva funzionari, dirigenti, mogli, mariti e parenti agevolati, amministratori incapaci, individui che facevano strada senza nessun titolo né merito, per gonfiare il proprio ego e conquistare consenso. Ma prima di tutto sprecava risorse pubbliche della cultura come mezzo di campagne politiche, per spartirsi torte, inserire burattini negli uffici giusti e far passare progetti futili e “di regime”.

Fare spazio, distinguere con netto confine le persone di cultura dalle persone fasulle, per riconsegnare giustizia e bellezza all’unica cosa importante per la collettività tutta: la cultura. La cultura, cornice nobile e di gratitudine che ci consegna gli strumenti per conoscere il mondo. Studiare, acculturarsi, è un circolo virtuoso di cui tutti beneficiamo fin da subito acquisendo sicurezza, coraggio, dignità, sviluppo nel rispetto per sé e per gli altri, progredendo nel lavoro e nelle mille possibilità che la vita ogni giorno propone: un benessere psico-fisico che ci rende capaci di amare con sensibilità e gentilezza.

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Cava della miniera, Gavorrano (Grosseto) © Massimiliano Tursi


Una storia di lotta per la sottrazione indebita di qualcosa che non si può toccare, un’idea. Un concetto impalpabile, eppure risultato di tanti oggetti, progetti e opere d’arte, un qualcosa che crea una mente geniale, aperta, elastica, studiata.
La vita è ancora agra, signor Bianciardi è sì il dialogo immaginario e la celebrazione allo scrittore Luciano Bianciardi che nel 1962 scrisse il suo romanzo La vita agra, qui attraverso la penna di Simona Guerra e le fotografie di Massimiliano Tursi.

Il libro di Simona Guerra (Progetto Incontra, 2018) è altresì, in veste contemporanea, la capacità di mettere dei confini a tutti coloro che cercano con qualche ingenuo inganno di prenderci in giro. E’ il tassello di responsabilità che ognuno di noi ha in qualsiasi sistema canaglia. E’ la misura in cui scegliamo di diventare migliore di noi stessi. E’ il coraggio, la caparbietà e la fiducia (o meno) che poniamo nelle persone a rendere uniche le nostre idee. E’ la forza di non arrendersi, di non cedere alle facili tentazioni, di insistere e di lasciare che i sentimenti negativi, con il tempo, facciano spazio alla lucidità e alla speranza. E’ l’insieme di questi incastri che rendono il mosaico un idea, un’opera d’arte unica e irripetibile e forse anche difficile da rubare.

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Terry Peterle
Terry Peterle
Nell’ambito della fotografia il suo interesse e i suoi studi si sono rivolti prevalentemente nella cultura e linguaggio fotografico, e con particolare interesse segue lo sviluppo e le diramazioni dello stesso nella fotografia attuale.

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